Un uomo scava un cunicolo nella terra, esce dalla terra che lui stesso ha scavato, come una larva o un neonato, e per i primi venti minuti non si esprime a parole. L’uomo grugnisce e scruta la luce, mastica nel muschio secco della propria barba e sente il vento, le montagne che si innalzano spinte dal crescere della musica, coprotagonista violenta e specifica: gli stessi archi sottili che accompagnano altre montagne in un altro film, quando la scimmia umana per la prima volta esce dalle insenature della roccia cava e scopre la clava, innalzandosi prima con il gesto e poi con le parole, evocata lì da una pietra nera, il monolite, e qui dall’argento che l’uomo ricerca.

La prima parola del film è una parola scritta: ed è la firma a sorprendente ghirigoro del cercatore d’argento Daniel Plainview. Raschiando la pelle della terra finalmente il cercatore ne scopre il sangue: diventa Petroliere, si netta la barba, pulisce i vestiti, convoca dei salariati e continua a non parlare, spiegandosi a gesti e disegni, diretto solo alla conquista della tecnica e del secchio di oro nero. Quando muore il padre di un bambino, sommerso dal petrolio, il Petroliere diventa anche Padre, senza donna e senza seme spruzzato – escluso l’oro liquido che nasconde il cadavere.

there-will-be-blood-il petroliereDal punto di vista narrativo ciò che sorprende di questo film è la capacità del protagonista di risucchiare in sé tutta la trama. Qualsiasi altro personaggio viene oscurato o sacrificato con amara consapevolezza dall’autoconservazione incontrollabile del Petroliere, costretto per proprio destino o inclinazione a sopraffare. In questa guerra primordiale e titanica per la conquista della pozza d’acqua, i personaggi femminili sono del tutto assenti, esclusa una biondina, comparsa ragazzina sullo schermo e uscita donna acerba, che rappresenta una dolcezza priva di secondi fini, un affetto incondizionato e quasi estraneo al piacere fisico che al Petroliere è sconosciuto. Altre donne compaiono, o meglio: se ne sentono le voci nella locanda di giocatori e puttane quando la telecamera si stringe impietosa sul viso solitario del protagonista. Troppo abituato ad essere affamato, alla sopravvivenza, il Petroliere piega la realtà, la deforma e la scava e infine vi si immerge completamente, inzuppandosi anch’esso di terra, prodotto del drenaggio e del fuoco. Ne esce fuori un uomo-bitume che soffre per il proprio stesso soffrire, per l’incapacità di voler smettere di soffrire.

La Terra che lo ha generato, lui la riconquista e la stupra. È un essere violento e asessuato, disperato per quel barlume di bontà che lo costringere a rimirarsi e a giudicarsi, a disprezzarsi per i sacrifici che compie per continuare ad esistere. Ma più soffre e più divora per smettere di soffrire. La Terra che lo ha generato butta sangue, è drenata fino alle fondamenta – ogni respiro ne esce infuocato dallo sforzo, a fiotti fin dagli alveoli.

Il primo e il terzo atto, la nascita e il culmine del Petroliere, durano un terzo dell’intero film. Se il primo attacca immagine a immagine per costruire solo con la musica un universo di senso, il terzo si stacca improvvisamente dal secondo per ricominciare qualche decennio dopo come un universo a sé stante – dimenticata ormai quella dolorosa tenerezza per le cose fragili. Il secondo atto, il centro del film, non racconta l’opera più redditizia del Petroliere, e probabilmente nemmeno la più costosa, né la prima né l’ultima, ma quella che più di ogni altra l’ha ferito e l’ha costretto al confronto con la propria nemesi. L’incontro con il predicatore Eli lo costringerà a vendere la propria anima, a manifestare la propria incredulità fino a spezzarsi, per rivelare l’ossessione che diabolicamente lo infesta. Anche di fronte al dolore per il figlio – e proprio di fronte al dolore per il figlio – il padre solitario e senza seme rimane avvinghiato alla luce violenta dei propri occhi per godere dell’ordalia che gli si para innanzi: quella colonna rorida di fuoco.

Alla fine, nell’incontro tra due antichi nemici sconfitti, consumato in una sala da bowling privata e sotterranea, dalle pareti basse e dalle luci bianche, l’uomo ritorna scimmia e uccide, completando l’ellissi dell’osso che vorticando sale e, calando, discende birillo.

A cura di Giovanni Peparello

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