Semplificare il dato reale può essere un utile modo per iniziare a conoscere un fenomeno: si eliminano gli orpelli, si cerca di andare alla radice di una questione, di identificare i tratti ricorrenti… Però poi, ça va sans dire, non bisogna trattare in modo semplicistico i risultati, interpretando per etichette.

E invece siamo abituati a ragionare in questo modo, soprattutto in ambito artistico. Leopardi? Depresso e malaticcio. Van Gogh? Pazzo. Lars von Trier? Provocatore e misogino. Pigre apposizioni formulari con cui portare a casa la sufficienza nelle materie umanistiche senza aver studiato o con cui sentirci appagati nelle nostre analisi.

In ambito cinematografico, poi, la pigrizia regna sovrana. Ed ecco una carrellata di Lynch-onirico, Burton-visionario, Fellini-visionario e onirico, Dolan-enfant prodige (ebbene sì, anche a 30 anni) o al massimo ce la si cava con un brillante “ex enfant prodige”, e via elencando.

E non si tratta solo di comunicazione giornalistica, anche perché poi, nel momento in cui l’apposizione formulare sembra stonare con il prodotto artistico di un autore, ecco che si trova comunque il modo di ritornare allo stereotipo. Non è che si mette in discussione la propria chiave di lettura. Oppure, più semplicemente, non ci si dedica al prodotto.

È quello che è un po’ accaduto al film Il Grande Capo (Direktøren for det hele), 2006, uno, a torto, dei più bistrattati del danese Lars von Trier.

Si tratta di una commedia, scelta che, considerata nel complesso la filmografia precedente, risulta piuttosto insolita. Lo stesso regista non manca di sottolinearlo nella prima sequenza della pellicola. Inoltre sono presenti entrambe le modalità del genere, da un lato la screwball comedy, con le sue donne sveglie e aggressive e uomini remissivi e impotenti, gli ammiccamenti sessuali e le battute argute; dall’altro la slapstick comedy con gli scontri fisici, gli inseguimenti e le battute più volgari.

Spulciando online, la visione interpretativa privilegiata con cui si analizza il film è quella politica e socialmente impegnata di critica ai meccanismi del capitalismo. Ma è lo stesso von Trier a rinnegare ciò.

La già citata prima sequenza potrebbe, invece, suggerire una diversa chiave di lettura del testo filmico: si vede infatti von Trier in persona con la macchina da presa specchiarsi nel palazzo dove avverrà l’intera vicenda e introdurre il genere e il personaggio principale della pellicola, l’attore disoccupato Kristoffer, pronto a entrare con pomposità nel ruolo del fantomatico Grande Capo di un’azienda informatica, su commissione di Ravn, presidente occulto pronto a vendere i colleghi al miglior offerente senza però affrontare le conseguenze delle sue scelte egoistiche.

Ciò lascerebbe supporre un rispecchiamento anche metaforico di von Trier nel duplice personaggio di Kristoffer, sia come artista borioso sia come misterioso burattinaio dei destini di un intero microcosmo, tutto sommato il ruolo di un regista sul proprio film. Altro indizio che sembrerebbe dare adito a tale lettura è la battuta di Ravn a Kristoffer al momento della firma sull’accordo di segretezza: “Per lei è normale [mantenere il segreto sulla faccenda]. Non credo che quando recita sul palcoscenico spara a qualcuno e poi dice ‘Sto solo recitando’”, che suscita una reazione stizzita nell’attore che adduce esempi di avanguardia teatrale in cui avviene il disvelamento della finzione scenica. E la prima sequenza con il regista allo specchio è proprio un inusuale disvelamento della finzione scenica con tanto di battuta esplicita: “Sì, è l’inizio di un film”. O ancora le battute di Kristoffer a Lise: “Non viene mai in mente a nessuno che il vero obiettivo della commedia di oggi è esattamente svelare la commedia?”. Per non accennare a quella di Lise a Kristoffer: “Tu sei un provocatore, lo sai? E sei un porco maschilista”. Accettando questa metafora vi sono implicazioni suoi ruoli degli altri personaggi: Ravn può essere interpretato come i produttori dei film che con strabismo tentano da un lato di mostrarsi interessati all’arte e agli aspetti più umani del loro mestiere, ma dall’altra guardano con avarizia solo ai soldi e manipolano tutti, dai registi agli spettatori. I colleghi dell’azienda, infine, sarebbero gli spettatori dei film, mentre i loro atteggiamenti verso il Grande Capo sarebbero quindi quelli riconducibili ai critici e al pubblico di Von Trier, che oscilla dall’idolatria all’odio più viscerale.  Tutte le posizioni sono però accomunate da conoscenze errate sulla biografia del Grande Capo da cui pensano di poter dedurre, in modo dietrologico, analisi sul suo comportamento.

Ciò non toglie che la Commedia rimanga godibile e divertente aldilà della metafora cinematografica, con i suoi personaggi inetti e in balia degli interessi economici. Le strategie comiche spesso funzionano, anche se l’effetto è sempre straniante per la regia e il montaggio, totalmente incuranti della continuità di ripresa o dello scavalcamento di campo e per le interruzioni che Von Trier si permette di fare, atte a introdurre i personaggi chiave del racconto, come quello di Trice, ex moglie di Kristoffer, unica che conosce davvero l’uomo che ha di fronte e alleata nel tentare di uscire dall’impasse in cui Ravn ha messo l’attore e i dipendenti.  Fin dal dialogo di presentazione afferma: “La vita è come un film Dogma: a volte è difficile ascoltare, ma non per questo significa che quello che viene detto non sia importante.” E anche “Se avessi voluto smascherarti lo avrei fatto dieci anni fa, quando hai iniziato con quel tuo laboratorio sperimentale” in cui c’è sempre una chiara allusione a Dogma 95.

Von Trier interviene anche poco dopo, sostenendo la propria intenzione a seguire le leggi della commedia, incurante del disprezzo per il genere. Tutto ciò per invitarci a seguire con più attenzione la scena di sfogo di Ravn contro Kristoffern, guarda caso in un cinema, a proposito dei soldi che ha perso a causa degli atteggiamenti dell’attore. La scena è la più coerente da un punto di vista di continuità di ripresa anche per l’omogeneità della luce; l’autore si diverte, quindi, a mettere dei dettagli che vadano a rompere la continuità formale, come il gelato cha Ravn mangia sempre diverso.

L’ultima mezz’ora di film è una strenua resistenza ai giochi di potere e di Ravn con strategie ai limiti del paradossale. In disaccordo con le regole della commedia, tutti gli sforzi messi in atto da Kristoffer e Trice portano a un epilogo inaspettato: nonostante infatti ci sia l’ammissione di colpe di Ravn davanti a tutti i colleghi e la revisione delle sue decisioni rispetto alla vendita dell’azienda, Kristoffer si oppone a un ribaltamento incoerente del personaggio con un doppio colpo di scena. Ancora una volta è Trice a spiegare il comportamento dell’ex marito. La vicenda si conclude con il licenziamento di tutti i dipendenti e la performance di Kristoffer nel suo pezzo preferito.

Ecco la risposta di von Trier nei confronti dei pigri di cui sopra: un irriverente sberleffo sepolto nei modi passivi aggressivi della commedia. Uno sberleffo a chi pretende di giudicare in modo stereotipato la sua persona e il suo essere artista, i suoi film.

 

A cura di Emma Rossi

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