Uno tra i generi più importanti e malleabili della Settima Arte è sicuramente la commedia. Vi domanderete il motivo, dato che viene naturale pensare che essa non impieghi grandi abilità fisiche, di regia, di effetti speciali o di schemi narrativi particolarmente elaborati. In parte, al giorno d’oggi, è così, visto l’appiattimento meccanicistico del genere avvenuto progressivamente fin dal successo internazionale dei canoni della commedia all’italiana e dalla risata gratuita e fugace che era, ed è, in grado di procurare al pubblico di ogni sesso, età ed etnia.

È però doveroso riflettere sul fatto che deve molto alla comica, intesa come genere a sé stante e indipendente, la quale nacque intorno alla prima metà degli anni Venti. Questo genere portò alla nascita di film dove vi era spesso la tendenza alla ripetizione dei personaggi, sottolineando lo sforzo atletico dell’attore e facendo riferimento a situazioni familiari per lo spettatore: questo avveniva tramite un rovesciamento della realtà in forma parodica, permettendo ai registi di esprimere velatamente le loro critiche sociali. Il genere del comico più rinomato era la slapstick comedy, portato in auge dal regista e produttore Mack Sennett e tipico dei film basati sull’inseguimento (considerato la gag per eccellenza) e su personaggi imbranati. In Europa, prima degli anni Venti, c’erano già diversi comici, tra cui il rinomato e apprezzato Linder (che fu, tra le molte cose, il primo a costruire un suo alter-ego nei suoi film, di nome Max). Lo straordinario successo di questo genere fu dovuto però a un personaggio molto particolare, eccentrico e unico in tutta la storia del cinema: il britannico Charles “Charlie” Spencer Chaplin.

Presente fin da piccolo sulle scene e con Linder come modello, Chaplin fu scoperto da Sennett, il quale gli diede la possibilità di dirigere molti dei film da lui interpretati. Esponente principale della pantomima (ovvero l’azione scenica muta caratterizzata da un’iper-espressività gestuale e corporea), dato che l’abilità e la destrezza fisica gli permisero di cimentarsi in elaborate coreografie, Chaplin fu legato al muto per tutta la vita (anche se recitò in film sonori, egli riteneva il sonoro superfluo) e, soprattutto, alla maschera di Charlot. Questo personaggio, rimasto nell’immaginario collettivo di tutti per indossare scarpe troppo grandi e per portare il bastone e la bombetta, era un vagabondo, un reietto della società, eppure era gentile e nobile d’animo: il tutto rappresentava dunque uno scarto tra i modi del personaggio e l’ambiente da cui proveniva, nonché una velata e ironica critica della società borghese e capitalista. La produzione di Chaplin fu vastissima (oltre 50 film), ma il contributo di questo artista non termina qui: partendo con i cortometraggi, per poi arrivare ai lungometraggi, negli anni egli passò dalla slapstick comedy al vero e proprio film narrativo, aggiungendo i basilari elementi emotivi (i quali permettevano di dare una trama lineare oltre alla comicità) e adottando una maggiore meticolosità realizzativa al fine di trasmettere una più feroce critica sociale.

Proviamo a capire la complessità e l’acuta intelligenza che si nascondono nell’arte di Chaplin attraverso un suo cortometraggio e un suo lungometraggio (anche se potremmo citarne davvero un’infinità).

Anzitutto non possiamo non descrivere uno dei suoi primi e più importanti cortometraggi, L’emigrante (1916), che racconta di una moltitudine di emigranti – tra cui lo stesso Charlot – ammassati in una nave e diretti nel nuovo mondo, tutti accomunati dal desiderio di ricostruirsi una vita migliore. Chaplin, che fu egli stesso un emigrante (anche se in condizioni di gran lunga migliori rispetto a quelle di Charlot) non si limita alla banale risata strappata dal suo ingenuo e maldestro alter-ego, ma fa qualcosa in più. Così come Griffith, padre del cinema americano, aveva fatto poco meno di un anno prima, anche Chaplin si avvicina al film narrativo, lasciandovi a sua volta una forte e inconfondibile impronta stilistica: l’elemento emotivo, il quale tesse poco a poco i fili della trama, legandosi all’attualità, alla critica sociale e fungendo da richiamo alla quotidianità anche per lo spettatore più spaesato.

La critica sociale del corto in questione può essere riassunta in un’unica sequenza, quando viene associato il momento dell’arrivo nel paese della libertà e dei sogni che diventano realtà ad una scena successiva in cui alcuni funzionari dell’immigrazione statunitense imbrigliano con corde e modi bruschi gli emigranti come se fossero bestiame (è interessante notare come certe cose non siano veramente cambiate, anche a distanza di un secolo… ma non divaghiamo): a questa sequenza può però, allo stesso tempo, essere contrapposto l’elemento emotivo più significativo, ovvero la vista della Statua della Libertà, in grado di far trasparire i sentimenti di tutti i passeggeri, da quelli abituali a quelli più disorientati, confusi e spaventati.

Dal punto di vista tecnico, inoltre, il corto non inizia con la presentazione classica del personaggio, magari con un primo piano, una mezza figura o una figura intera: inizia con Charlot che mostra il suo didietro, poiché il vagabondo è affacciato sul bordo di un piroscafo. Quella del sedere è una figura iconica che si prefigura come una soluzione proveniente dal mondo del circo (tema a lui caro), in cui il clown esagera con il didietro perché pronto a ricevere i calci dai partner e a far ridere il pubblico. Quale regista, nel 1917, avrebbe osato iniziare un film presentando il personaggio principale attraverso un’inquadratura di questo tipo? A questa anti-convenzionalità incarnata da Charlot, di fatto, si ispirarono tutte le future avanguardie che si ribellavano ai contestati valori borghesi in nome della libertà creativa e di pensiero, dai dadaisti ai surrealisti.

Un altro film importantissimo per la significatività della produzione di Chaplin, nonché chiave di volta all’interno della sua concezione della Settima Arte, è senza dubbio il lungometraggio Il circo, del 1928. In questo film Charlot è inseguito dalla polizia, ma riesce abilmente ad eluderla in un parco dei divertimenti, in particolare in una stanza degli specchi. Qui incontra il proprietario del circo che gli offre un ingaggio come clown, assieme a un’equilibrista e a una bella ragazza innamorata di lui. Charlot, ignaro di ciò, fa di tutto per conquistarla e cerca di eccellere nel fare il pagliaccio. Tuttavia, quando scopre la relazione dell’equilibrista e della ragazza, Charlot decide di donare loro i suoi risparmi.

Perché questo film è così speciale? Per prima cosa, nel 1927 (cioè l’anno prima del film) vi furono i primi esperimenti del sonoro negli USA: Chaplin, di conseguenza, riflette sul ruolo del comico con il suo pubblico e sul futuro della comicità come arte propriamente intesa. In secondo luogo, l’esperienza del circo rimanda a quella dello stesso attore prima dell’avvento del cinema e ad ambienti dello spettacolo popolare (fiere, artisti circensi, ecc.). A livello simbolico, infine, il film rimarca ciò che stava più a cuore a Charlie Chaplin, ovvero l’importanza pantomimica: ci si esprimeva, infatti, attraverso movimenti ben consolidati e riconosciuti come tali (un esempio è la gioiosa danza che prende vita ogni volta che Charlot vive l’illusione di poter coronare il suo sogno d’amore).

Inoltre, passando attraverso la moltiplicazione seriale della propria immagine (nel labirinto di specchi) e la disarticolazione meccanica del movimento (nell’imitazione dell’automa), egli compie un vero e proprio percorso di formazione: durante i vari spettacoli, egli si trasforma da personaggio ignaro del suo successo ad un acclamato artista costretto a prendere coscienza da una parte della sua fama, dall’altra parte delle continue minacce che gli gravano attorno (ad esempio le fastidiose scimmie che cercano di ostacolarlo).

Charlot è molto più di un personaggio: raffigura persone, incarna valori, strappa risate ma, spesso e volentieri, porta a riflettere ben più di quanto si aspettasse lo stesso Chaplin; non basterebbero cinque articoli a spiegare la raffinata filosofia di vita del vagabondo più famoso della storia del cinema. Potremmo citare “il film nel film” di Kid Auto Races in Venice (1914) così come la critica feroce alla filosofia imprenditoriale del taylorismo e della catena di montaggio con Tempi Moderni (1936). Se l’era della pantomima è morta con l’avvento del sonoro, l’abilità e il successo di Chaplin non ne sono stati minimamente scalfiti: basti pensare al successo globale della parodia del nazifascismo Il Grande Dittatore (1940) o al suo ultimo grande successo Le luci della ribalta (1952) interpretato al fianco del collega e rivale Buster Keaton. Sono poi numerosissimi gli artisti cresciuti con la leggerezza e la saggezza del buon Charlot, nonché quelli che ad esso devono parte della loro formazione artistica e ispirazione creativa, dai fratelli Marx a Federico Fellini.

Charlie Chaplin è pertanto rimasto, e rimane tutt’ora, un’artista a 360 gradi che ha saputo dare al cinema e alle sue icone più significative un’impronta di stile unica nel suo genere, un debito difficilmente dimenticabile: ma, dopotutto, è ciò che un vero artista fa.

A cura di Luca Mannea

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