Il Manifesto: 121 anni di Cinema

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Bentornati alla rubrica Il Manifesto, unica nella sua analisi critica e profonda delle tecniche cinematografiche e del cinema come vera e propria “Settima Arte”!
Oggi, un fondamentale tuffo nel passato: eh sì, perchè è d’obbligo fare gli auguri di buon compleanno al nostro unico grande amore: il cinema. Elegante, raffinato, azzardato, eccentrico; insomma, quello che tanto amiamo. Quando i fratelli Lumière, la sera del 28 dicembre 1895, proiettarono dieci brevi film al Grand Café di Boulevard des Capucines a Parigi, non avevano la minima idea della portata rivoluzionaria della loro invenzione: un nuovo, originale, bizzarro modo per godersi una realtà “altra”.

Chi oggi non ha mai sentito parlare del maggior capolavoro dei fratelli francesi (Arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat) ovvero quello del treno in movimento proiettato per la prima volta il 6 gennaio 1896? Chi, come gli spettatori di quell’Epifania di tanti anni fa, al vedere la locomotiva diventare sempre più grande sullo schermo, non sarebbe balzato sulle sedie pensando di venire investito da un vero treno? Buffo, a pensarci; ma all’epoca, un evento del genere, ebbe un impatto mediatico e personale enorme.
Pochi, davvero in pochi, in realtà, si soffermarono sulle novità tecniche importate dai Lumière: nel loro modo di “mettere a fuoco il reale”, esse erano talmente rivoluzionarie da venir assorbite dalle persone con una naturalezza sorprendente. Chi sa, per esempio, che i francesi sono i progenitori di importanti tecniche cinematografiche come il piano sequenza?
Infatti, caratteristico del cinematografo Lumière erano le cosiddette vedute animate: si trattava di scene realmente girate della durata di circa cinquanta secondi (la durata di un caricatore di pellicola dell’epoca), dato che l’interesse principale dello spettatore era guardare il movimento in sé.
Le inquadrature erano fisse e non esisteva il montaggio (il cui maggior innovatore fu Georges Melies, considerato “secondo padre” del cinema); d’altra parte, tuttavia, esse erano caratterizzate da un’estrema profondità di campo (si pensi ad Arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, dove il treno è a fuoco sia quando si trova lontano sullo sfondo…

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…sia quando arriva in primo piano)…

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…e da personaggi che entrano ed escono all’inquadratura, favorendo una molteplicità di centri di attenzione del movimento.
Basti pensare a Uscita dalle officine Lumière

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…nella quale la centratura dell’immagine era valutata approssimativamente non solo perché la macchina da ripresa Lumière non era dotata di mirino ma anche per dare l’idea del “movimento catturato”. Certo, a uno come Kubrick, il mancato rispetto della prospettiva avrebbe fatto rizzare i capelli in testa… ma ai padri del cinema possiamo perdonare questo e altro!
Se non altro, a loro dobbiamo alcune delle peculiari caratteristiche del cinema moderno, una tra tutte il noto piano sequenza: quest’ultima è una tecnica cinematografica che consiste in un’inquadratura lunga, caratterizzata da un’ininterrotta continuità temporale. In altre parole, questa inquadratura da sola svolge la funzione di una sequenza o di una scena. Il “piano sequenza” è perciò una sorta di rifiuto del montaggio, visto che sfrutta la molteplicità dei piani (in favore di una molteplicità di movimenti). Vi ricorda per caso qualcuno?

E, come si suol dire… il resto è storia. Per il passaggio dai 50 secondi di filmato a prodotti ben più corposi, non si può non citare il grande Alfred Hitchcock. Il regista anglofono girò un suo film (Nodo alla gola, 1948) con 8 piani sequenza. Il suo obiettivo era quello di realizzare un film con un solo piano sequenza, ma le tecniche dell’epoca non lo consentivano. Le bobine della macchina da presa contenevano, infatti, un metraggio sufficiente per girare piani sequenza da una decina di minuti l’uno. A dimostrazione che le difficoltà quotidiane non ostacolano il genio creativo, per simulare la continuità temporale e spaziale Hitchcock legò gli otto piani sequenza tra loro sfruttando le superfici scure davanti alle quali la macchina da presa capitava (schiene di personaggi, pareti, armadi, ecc.), rendendo invisibili i tagli. L’impressione che ne risulta è che il film sia girato grazie ad un‘unica inquadratura: eccezionale, come primo passo avanti, vero?

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E da Hitchcock in poi, i tributi alle pratiche primarie e più rozzamente tenere del cinema appena nato, non smisero di fiorire per mano dei registi dal più alto calibro. Dall’estro creativo di Martin Scorsese in Quei bravi ragazzi a quello di Quentin Tarantino nei film di Kill Bill, per arrivare fino a Birdman che, nel 2014, proprio grazie all’apparente piano sequenza di oltre due ore, vinse 4 Oscar (tra cui quello per la “Miglior Regia”).
Per ultima cosa pensate che, sebbene noi dobbiamo tutto ai Lumière, alla proiezione dei loro spettacoli vi erano delle figure (spesso erano gli stessi addetti alle proiezioni) che narravano e commentavano la storia agli spettatori, poiché lo spettacolo era incomprensibile da solo. Almeno in questo siamo riusciti a fare un passo avanti, anche se tutt’oggi non riusciamo a liberarci di un manipolo di imbecilli che, con la luce del loro cellulare, ci impedisce di godere appieno di un buon film.

Il Manifesto: 121 anni di Cinema

a cura di Luca Mannea

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