Manet e la Parigi moderna, l’evoluzione e l’illusione @ Palazzo Reale

246

Fermo immagine: Boulevard Montmarte di Pissarro.

Manet e la Parigi moderna, l’evoluzione e l’illusione

 

Ecco la Parigi moderna, dopo la trasformazione urbanistica di Haussmann, i grandi boulevards che permetteno il passaggio a carrozze e persone a passeggio, ai borghesi con il cappello scuro, alle dame còlte nelle loro commissioni. È la nuova Parigi dopo il 1850. Un turbinìo di gente si riversa nei caffè-concerto, alle feste domenicali di Renoir a Le moulin de la Galette e le ballerine indossano le loro scarpette bianche per le lezioni di danza classica di Degas. Parigi, al centro degli scritti di Baudelaire di quel periodo, protesa verso quella che diventerà la belle époque, travolge chiunque con il suo fascino, invitando in maniera seducente ogni generazione a guardare a quel periodo come un’urbana età dell’oro.

Ma quella bellezza, così fatiscente e spensierata, poggiava, oltre che su un’anima moderna, su un’illusione.

E la bellezza dei caffè, delle luci, dei teatri diventa una bellezza equivoca, come la definisce Baudelaire stesso, mostrando sotto una patina compatta di rinnovamento, i suoi difetti. A Palazzo Reale, dall’8 marzo al 2 Luglio 2017, l’illusione viene smascherata, seppure in parte eclissata dallo spirito in movimento della ville lumière, nella mostra Manet e la Parigi modernaUn centinaio di opere che provengono dalla collezione del Museo d’Orsay di Manet, il precursore dell’impressionismo che sfuggì a quest’etichetta, e dei suoi contemporanei, allestite in 10 sale tematiche che dalla città scivolano sulla rappresentazione della natura morta, o di personaggi spagnoli.

È singolare come la vita di Manet sia costellata di rifiuti, che però lo hanno reso ad oggi un innovatore di contenuto e di stile, tenace e mai arrendevole di fronte al pensiero diffuso dell’accademia, studioso dei maestri del passato come Vélasquez e Giorgione e pittore visionario, capace di rivisitarli rileggendoli attraverso la sua epoca. Prima il “no” della carriera marina militare, da cui Manet venne rifiutato due volte, poi quello del Salon, ossequioso dello stile tradizionale che mai approvò una sua opera ritenendole immorali e provocatorie, per ciò che rappresentavano e per come lo rappresentavano.

Le forme sono ottenute tramite opposizione di toni, scompare la linea che delinea i volumi, l’utilizzo della campitura appiattisce ogni prospettiva come ne Il pifferaio. Il Manet esposto non è quello di Olympia, Le déjeuner sur l’herbe, ma è quello meno noto a tutti: il Manet de L’asparago, dei fiori, delle donne spagnole, ma pur sempre un pittore che ama il proprio tempo nella definizione di Emile Zola, perché afferra lo spirito della propria epoca, amandone tutti i soggetti che quell’epoca l’attraversano, con uno sguardo quasi fotografico.

La sua arte è figlia primogenita della città moderna e materializza in sé quelle caratteristiche di cui parla Baudelaire alla fine degli anni Quaranta riconducendole a Costantin Guys: l’abilità di tornare ad un’infanzia ritrovata, lo stato di convalescenza e di congestione, che altro non sono che le qualità del pittore moderno, “il caleidoscopio provvisto di coscienza”.  La visione della città, ricreata dalla mostra, è esauriente e sfaccettata, in grado di mostrare quello che Parigi era e stava diventando, esponendo pubblicamente la sua anima contraddittoria, festaiola per certi versi ma insidiosa per altri, contenitore di quei caffè in cui potevi osservare dalla finestra tutte le classi sociali.

Inizi ad immergerti nelle citazioni poetiche, pensando al flâneur che sembra non rincasare mai e all’atmosfera bohémien perché in fin dei conti, pur conscio dell’illusione che soggiaceva a ciò, ti lasci sedurre, ma ti accorgi che finisce tutto molto, troppo presto. È come se fossimo tutti autorizzati a vedere questo scorcio di Parigi nel tempo, si apre di fronte a te, lo osservi più da vicino, cerchi di capirlo ma poi si richiude troppo in fretta lasciando le sale vuote.

A cura di Cecilia Angeli

 

Commenti su Facebook
SHARE