A detta di molti è uno dei film più controversi del cinema degli ultimi anni, stroncato dalla critica al Festival del Cinema di Venezia ha diviso il pubblico in due diverse scuola di pensiero: tra chi lo difende e chi lo odia.

Si parla di Madre!, pellicola del 2017 appena uscita nelle nostre sale e che in molti cinema d’Italia è già stata rimossa dalle programmazioni. Il regista è Darren Aronofsky, nome già noto per film come Requiem for a Dream e Il Cigno Nero, altrettanto psicologicamente complessi. Troppe le sfaccettature da analizzare in questo film, partendo innanzitutto dal genere in cui può essere catalogabile. Il regista è abilissimo nel costruire un intreccio che ci fa credere di assistere a un prevedibilissimo thriller per tutta la prima metà della trama.

La prima scena si apre, si visualizzano delle mani maschili appoggiare su un piedistallo un cristallo, una casa distrutta pian piano si rigenera e dalle ceneri vediamo anche la figura di una donna formarsi in un letto. Siamo in una casa in mezzo a una radura, in cui vivono una donna (Jennifer Lawrence) e suo marito (Javier Bardem), uno scrittore in crisi che verrà chiamato “il poeta” (nella versione originale The Creator). I due vivono isolati, in una villa che lei sta ricostruendo da cima a fondo, e che era andata distrutta a seguito di un incendio. Il personaggio della Lawrence inizia a presentare fin da subito un legame molto intimo con la casa in cui vive, tutta la sua esistenza ruota intorno alla ristrutturazione di questo ambiente, tanto che riesce a visualizzarne un cuore pulsante che “batte” nei muri e che sembra vivere anche dentro di lei. La casa è il loro nido, un luogo intoccabile, un giardino dell’Eden nel quale i due protagonisti che incarnano Madre Natura e Dio vivono.

A rompere questo clima di tranquillità è l’arrivo di un uomo, interpretato da Ed Harris. Non è un uomo qualunque, ma l’uomo, a rappresentazione dell’umanità intera, e la cui figura può essere riconducibile a quella di Adamo. Una scena che apparentemente non significherà nulla ma che a seguito di un’analisi post visione acquisirà senso è quella in cui Ed Harris è piegato a terra a dorso nudo e sulla sua schiena si intravede una ferita all’altezza del costato. É la costola di Adamo da cui nell’Antico Testamento nasce Eva, che si paleserà con il volto di Michelle Pfeiffer nel film. I due ospiti si stabiliranno nella casa e non vorranno più lasciarla. Con comportamenti apparentemente innocenti si inseriscono nella vita del poeta e di sua moglie, approfittandosi della loro ospitalità e portando la padrona di casa a nutrire sospetti nei loro confronti. Il poeta li accoglie, senza curarsi del parere della moglie e letteralmente così si pronuncia: “non voglio mandarli via”. Abbiamo quindi una situazione in cui l’ambiente perfetto creato da Madre Natura nel giardino dell’Eden per lei e per il poeta viene minacciato e scombussolato dall’arrivo degli esseri umani, Adamo ed Eva. Da questo momento le cose inizieranno a precipitare: Michelle Pfeiffer distruggerà la pietra di cristallo di Bardem a cui le era stato vietato avvicinarsi, facendo riecheggiare nelle nostre menti il gesto del peccato originale; entreranno poi in casa anche i figli della coppia, che inizieranno a litigare e il tutto culminerà con un omicidio, in perfetto stile Caino e Abele. Arriviamo quindi al compimento di questa prima articolata parte del film, ricca di rimandi biblici, che ci illude di assistere a un normalissimo thriller per poi arrivare alla seconda parte, all’Apocalisse.

Dopo l’ omicidio il poeta e sua moglie litigheranno, e quella notte concepiranno un figlio. Alla notizia di diventare padre Javier Bardem ritroverà l’ispirazione tanto cercata per la scrittura e pubblicherà un libro che riscuoterà un enorme successo. Un esagerato successo. É di nuovo sera e orde di donne e uomini assalgono la casa, vogliono toccare “il poeta”, amarlo e adorarlo in un modo che richiama molto il culto che i fanatici religiosi adottano nei confronti di Dio. Da questo momento inizia un’ondata di violenza indescrivibile, la casa viene distrutta in ogni suo angolo, si assiste a situazioni in cui donne vengono imprigionate dentro a delle gabbie, uomini incappucciati vengono giustiziati, c’è caos, e in tutto ciò Madre Natura cerca di fuggire, viene malmenata, insultata, e ad ogni suo urlo la casa trema con lei. Lo spettatore capisce ora più che mai che quello che sta vedendo non può più essere collocato sul piano della realtà o del verosimile. Madre Natura e Javier Bardem riescono a fuggire in una stanza, in cui lei dà alla luce il bambino che ormai capiamo essere l’incarnazione della figura di Gesù. La donna prega il marito di cacciare da casa loro la folla inferocita, che intanto ha allestito degli altarini in onore dello scrittore. Ma lui non può mandarli via, e soprattutto non vuole. Non vuole cacciare tutte quelle persone che credono in lui, che lo stanno elogiando e amando, lui non può esistere senza un pubblico di credenti che lo adori. Javier Bardem riesce a strappare il bambino dalle braccia della madre e a darlo in dono ai suoi seguaci. Qui inizia la vera e propria passione di Cristo, il neonato viene fatto passare tra le mani degli uomini e ucciso. Madre Natura accorre disperata, si accorge che il figlio è stato martoriato e che la folla si sta nutrendo della sua carcassa: è la Comunione, il corpo e il sangue di Cristo vengono assaporati dai fedeli. Jennifer Lawrence esplode di rabbia, accusa il marito di aver contribuito alla morte del figlio e gli rinfaccia di avergli dato tutto nella vita per poi essere ripagata così. Ormai la donna ha perso ogni cosa, va in cantina e si dà fuoco. Con lei bruciano tutti, anche la casa, perché lei E’ la casa; tutti tranne Javier Bardem, che sa perfettamente cosa sta succedendo, perché è tutto già successo più e più volte. Il poeta prende dal petto di Madre Natura carbonizzata una pietra di cristallo identica a quella che Michelle Pfeiffer aveva rotto precedentemente, la mette su un piedistallo e da qui visualizziamo le stesse scene dell’inizio del film: la casa che riprende forma, si ripulisce dalle ceneri e la figura di una nuova donna che si forma nel letto, una nuova Madre Natura pronta a riaprire il ciclo continuo di dolore e distruzione in cui inevitabilmente il tutto ricadrà.

Siamo di fronte a un’opera cinematografica molto complessa, un turbine di inquietudine che porta lo spettatore appena uscito dalla sala a chiedersi: “Ma che cosa ho appena visto? Cos’è successo?”. Una volta capita l’allegoria religiosa che si cela dietro il film e che parte dal libro della Genesi e arriva a quello dell’Apocalisse, tutto prende forma, e si concretizza davanti ai nostri occhi il senso di ogni scena a cui abbiamo assistito. Il punto di vista preso maggiormente in considerazione è ovviamente quello di Madre Natura, che si vede derubata della propria pace e del proprio Giardino dell’Eden nel momento in cui il primo uomo entra in casa e crea scompiglio. L’ amore totale che Jennifer Lawrence prova per suo marito esemplifica chiaramente l’amore che Madre Natura prova per la propria terra, il suo voler dare tutta sé stessa all’umanità senza però mai ricevere nulla in cambio se non violenza e distruzione. Darren Aronofsky si rivela ancora una volta uno sceneggiatore eccezionale, ha saputo mettere in scena personaggi apparentemente umani e normali ma che al loro interno celano le personalità bibliche che tutti conosciamo perfettamente.

Il film è stato stroncato dalla critica, seppur presenti moltissimi elementi apprezzabili: l’impiego di una fotografia fredda e asettica, la scelta di non utilizzare nessuna musica extradiegetica e di ambientare due ore di pellicola in una stessa location, la casa, senza per questo sembrare noiosi o stucchevoli; la mescolanza di generi che stordiscono lo spettatore facendo cadere in continuazione tutte le sue certezze.

Il pubblico e la critica schierati contro “Madre!” forse non cambieranno mai idea, ma un fatto è certo: un’allegoria religiosa celata da thriller psicologico dai toni macabri e violenti è una scelta che può piacere o non piacere, ma la catarsi che provoca Aronofsky con questo film è sicuramente da sperimentare. E’ proprio così che il regista durante un’intervista definisce in definitiva la sua opera: “I don’t think it’s optimistic, I think it’s cathartic”. 

A cura di Giorgia Agati

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