L’ultimo viaggio di Frida K

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In principio c’era un dipinto, Le due Frida
Dal 24 al 30 ottobre
, al Teatro Libero l’arte viene portata sul palcoscenico, dando movimento e parola ai due corpi fissati circa settant’anni fa su tela. Frida K, la nuova pièce di Serena Nardi presentata in prima nazionale, ricrea il confronto tra due donne: Frida Kahlo e Frida Kahlo, due entità diverse di un’unica persona che raccontano la stessa storia.

Da un lato il soggetto vivo, ancorato alla vita nonostante malato, vestito in abito femminile e sorretto da un filamento rosso – Frida nel suo lato più gioioso e appassionato; dall’altro il soggetto distruttivo, pronto ad intraprendere un lungo viaggio, quello di non ritorno, vestito in un completo maschile – allegoria della morte.

 Il dialogo tra i due personaggi segue una logica (se si può parlare di logica) odi et amo, l’una scaccia l’altra; l’altra le dichiara il suo attaccamento viscerale e alla fine il loro legame viene sugellato da una danza, l’ultima danza, prima della partenza. Perché ne hanno condivise tante insieme per una breve vita qual è stata quella di Frida Kahlo.

Dall’incidente in autobus a soli diciotto anni che la costrinse a sottoporsi ad un numero infinito di operazioni, alla sofferenza disumana provocata dall’infedeltà di Diego Rivera culminata nel tradimento con la sorella Cristina e, per finire, all’incapacità di generare una nuova vita.

 Così come quando un viaggiatore sta per intraprendere una nuova strada e fa il resoconto del posto di mondo che lascia, apprestandosi a mettere le ultime cose nella valigia, così Frida (Sarah Collu) e la Morte (Serena Nardi) ripercorrono i momenti salienti della loro vita, tracciando un’autobiografia di parole, immagini e gesti.

Sono tutti lì, in scena, i momenti della sua vita, li può toccare con mano prima di metterli in valigia, li può ordinare e costruirci una dimora, può ripercorrerli esattamente come quel viaggiatore ricorda le città esplorate. In realtà, ciò che viene trasmesso dal palcoscenico ed arriva fino in platea, non è tanto il sentimento della fine, quanto quello dell’inizio.

Frida, ormai all’estremo delle forze e, senza ombra di dubbio, delirante in ciò che dice, se ne sta andando, ma solo in quanto deve cominciare un’altra e necessaria strada, perché quella percorsa sembra ormai già esaurita e consumata, come se non ci fosse nient’altro nel mondo da rappresentare tramite i suoi dipinti o da contagiare con il suo ottimismo.

 Ridendo in faccia alla morte – basti pensare a Viva la vida, il quadro che dipinse qualche giorno prima di andarsene – Frida intraprende di fronte al pubblico un nuovo viaggio sperando di non tornare mai più, così come scrisse anche nelle sue pagine di diario.

Gli spettatori non sanno di preciso dov’è che se ne sta andando, forse in un mondo fiorito e danzante; forse in un paradiso perduto in attesa di Diego; eppure l’idea che rimane è che il viaggio che sembrava proiettato verso un luogo ancora da conoscere sia in realtà un ritorno al punto di partenza, verso casa.

A cura di Cecilia Angeli

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