“Mettere piede a Tokyo è un flash, perché è come entrare nei cartoni animati che guardavamo da piccoli. Le divise alla marinaretta, i dolcetti, le scritte fluo, le ragazze carine, i ragazzi timidi… È tutto esattamente così!”.

love tokyo

Sembrano conoscerla perfettamente Tokyo La Pina, conduttrice radiofonica di Radio Deejay, e Emiliano Pepe, suo marito musicista. All’interno della manifestazione di Bookcity, i due hanno colto l’occasione per presentare il loro nuovo libro “I love Tokyo”, in cui raccontano della loro adorazione per la terra del Sol Levante. In occasione della presentazione, avvenuta al Museo della Scienza e della Tecnica, La Pina e Pepe confidano al pubblico di aver prenotato ben ottantasei biglietti tra andata e ritorno, per un totale di quarantatré viaggi con destinazione Tokyo.

Un’ora e mezza di conferenza in cui è sembrato di essere proiettati direttamente là, grazie anche alla franchezza dell’esposizione, e alla data disponibilità a rispondere a qualsiasi curiosità.
Noi spettatori siamo seduti su delle sedie rosse in una stanza al primo piano, che è quasi tutta piena.

Come in un manga, tutto prende avvio dalla fine, i due autori cioè iniziano a parlare a partire dalle sensazioni che rivelano di provare ora, a posteriori, dopo aver pubblicato il libro. Emergono sorpresa, stupore, sincerità per quel che si è vissuto e scritto. I due autori mettono subito in chiaro che la vera voce narrante di Tokyo, quella che è e sarà la fonte d’ispirazione per il libro, è il Silenzio.

“Ho come l’impressione che i giapponesi parlino piano e si coccolino con bambolini e pupazzetti per paura che si svegli. Chi? La natura. I demoni. Gli animali magici. I terremoti”.

Questa voce della città, descritta da Pepe come “quei suoni della natura di Tokyo”, nel concreto non sono altro che uno sciame di silenzi responsabili che non risultano ingombranti quando si incontrano nella piazza principale del quartiere Shibuya, nella quale ci si può recare dopo una lunga giornata di lavoro, sorseggiando un ryokucha high caldo e ascoltando uno di quegli enormi corvi neri gracchiare forte nascosti da qualche parte.
C’è il silenzio, ma a parte questo nulla, anche se ci sono migliaia di persone che parlano, camminano, hanno da fare, e anche se le macchine sferragliano di qua e di là e le metropolitane sono piene zeppe di gente diretta chissà dove, nonostante tutto in qualsiasi posto affollato c’è solo Silenzio.

Un po’ straniante, certo, per una mente occidentale abituata a un brusio costante di sottofondo, una mente che di norma non è solita ricercare vuoti di parole o di suoni, perché li collega alla noia o alla tristezza, preferendo sonorità basse o echi lontani.
Ma dall’altra parte, parallelamente e quasi paradossalmente al silenzio, ma impeccabilmente in tinta con il suo grigiore e con gli ombrelli trasparenti che permettono di vedere la pioggia cadere (si trovano solo lì!), a Tokyo c’è la tecnologia. È lì, negli enormi palazzi, nelle scritte rosse gialle e blu, nelle luci cangianti e nei neon dei negozi aperti sempre; la si nota ovunque in una città che, dice Pepe, si sviluppa in verticale, dove per orientarsi non si usano le vie, ma i grattacieli, che ti costringono a guardare in alto; grattacieli che sembrano rincorrere il cielo slanciandosi dietro, come un animale misterioso di quei film di Hayao Miyazaki, che qui sembrano avere motivo di esistere. Ogni palazzo ha un suo rumore, hanno una loro voce le scale mobili quando salgono e uno simile ma diverso quelle che scendono, gorgogliano piano gli ascensori che conducono verso il cielo e uno simile ma più stridente quelli che piombano trenta piani sottoterra, sussurrano silenti le porte gialle della metro prima di spalancarsi su un vagone tirato a lucido, ma nessuno supera quel limite che è tacitamente governatore della città.

Silenzio e tecnologia si esibiscono insieme dunque, nessun urlo o silenzio è superfluo, ma nulla di tutto questo risulta un esibirsi noioso o superficiale, troppo grigio o troppo antico.
Invece, pare quasi di scorgere qualche personaggio fuggiasco dai libri di Haruki Murakami, che scende al volo dallo Shinkansen, il treno ad altissima velocità, per irrompere nella trama di questo mondo.

Poi raccontano della sorpresa della sakura, la fioritura dei ciliegi, quel background tanto caro a Hokusai  che silenziosamente disvelano la loro personalità, e quasi sembra di intravedere i gatti scorrazzare guardinghi nel quartiere “bohemièn” di Asakua, per poi incontrare qualche personaggio che si è perso in qualche storia.

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La Pina prosegue poi con consigli su quando prenotare (mai la mattina presto, i prezzi sono più alti!), sulle cose da mettere in valigia, consigli su dove alloggiare e in quale quartiere (Shibuya, Ginza, Shinjuku o Asuka?), sul cibo, passando da indicazioni sul clima a informazioni sulla sicurezza.
Tanto poco importa, perché come conclude La Pina, “prima di imparare il giapponese devi pensare come loro, altrimenti le scritte resteranno solo caratteri neri su sfondo bianco e ti sembreranno in eterno un codice indecifrabile di Matrix!”.

A cura di Isabella Garanzini

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