L’Otello 2.0 dell’Elfo Puccini

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Nella sala Shakespeare del teatro Elfo Puccini, in una scenografia senza luogo e senza tempo, tra luci e ombre, tra verità e menzogna, lo Iago interpretato da Federico Vanni – e messo in scena dalla regia Elio De Capitani-Lisa Ferlazzo Natoli – si muove a proprio agio, senza indugi o esitazioni: è lui il vero protagonista, il personaggio a cui è stato affidato il compito di farsi portatore di quei (dis)valori così tristemente attuali da rendere l’Otello shakespeariano un classico senza tempo.

Perfettamente incastrata nella struttura tradizionale della tragedia elisabettiana, la comparsa di elementi evidentemente anacronistici come le radiotrasmittenti non solo sottolinea, se mai ce ne fosse bisogno, che xenofobia, violenza, tradimento e invidia sociale non possono essere considerati estinti ma, soprattutto, sembra metterci in guardia dall’impressionante velocità con cui sono in grado di diffondersi nella società della comunicazione.

Nessuno, infatti, riesce a salvarsi dalla macchina del fango, neppure Desdemona – interpretata da Camilla Sevrino Favo –  che, nel suo abito chiaro-purezza, sembrava invece meritare il diritto di preservarsi immune alle meschinità umane.

Tra Iago, uomo di ieri con le bassezze di oggi, e Desdemona, donna di oggi con le virtù di ieri, c’è Otello, c’è l’uomo-medio, ci siamo noi: ci siamo noi quando ci rifiutiamo di intrepretare con lucidità la realtà, ci siamo noi quando non abbiamo il coraggio di pensare e ci limitiamo ad agire.

Quello di De Capitani è un Otello che ama, soffre, si arrabbia, dice parolacce, si pente; è un Otello a cui vien voglia di dare consigli, come a un amico; è un Otello che incontriamo tutti i giorni, in strada, in ufficio; è un Otello che spaventa perché è lo stesso che vediamo tutte le mattine, guardandoci allo specchio.

E la sensazione di trovarsi sul palco, ad affrontare gli stessi turbamenti del protagonista, è di certo accentuata dalla nuova traduzione di Ferdinando Bruni, capace di trasporre e adattare le diverse sfumature degli innumerevoli stati d’animo che si inseguono sul palco all’italiano moderno, senza tuttavia danneggiare la qualità espressiva delle singole parole.

Al termine di una strage che ha come mandante l’invidia, una nota di speranza nei confronti dell’umanità è affidata al finale, a quando insieme ai veli della menzogna sono tirati su anche quelli scenografici e il palcoscenico viene messo a nudo, proprio come la realtà. In questo scenario di desolazione a spiccare su tutto è Emilia con il suo abito rosso: la verità, se sappiamo ascoltarla, continua a conservarsi e resistere in qualcuno, anche e soprattutto in chi non ci aspetteremmo. Dobbiamo solo imparare ad ascoltarla.

A cura di Laura Franco

(Foto: Teatro Elfo Puccini, Luca del Pia)

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