L’ODYSSEY DI BOB WILSON

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A cura di Nicolò Valandro

Merito delle cose grandi è anche quello di farci sentire piccoli. C’è una sproporzione che si sperimenta di fronte alla grandiosità di certe opere, siano esseri naturali o artificiali, come quando si intravede la facciata bianca del Duomo di Milano o la sagoma scura delle Dolomiti mentre si attraversa l’Autostrada del Brennero, che ci appaiono ancor più sorprendenti per la loro totale gratuità. Odyssey di Bob Wilson è uno di questi casi.

  • Una fiaba per topi e bambini

Lo spettacolo del regista texano, andato in scena dal 6 al 31 ottobre al Piccolo Teatro di Milano in collaborazione con il National Theatre of Greece di Atene, riesce nella difficile impresa di tradurre il poema omerico in uno spettacolo unico per freschezza, leggerezza e spessore. Anni e anni di tradizione ermeneutica, filosofica e psicanalitica (che il regista pur sembra tenere in considerazione) vengono come messi da parte, lasciando che i viaggi e le esperienze dell’eroe più moderno di tutti i tempi prendano vita sotto forma di gioco apparentemente infantile, ricco di richiami al cinema di Méliès e al mondo dei cartoni animati, abbassando il registro epico del testo abbastanza da trasformarlo in una fiaba onirica piena di ironia e lievità, senza però mai perdere di vista l’umanità dell’eroe omerico e dei personaggi che gli ruotano attorno. Assistiamo così a momenti di pura comicità (una su tutte, la scena “blues” del guardiano di porci Eumeo), ad altri pieni di inquietudine e terrore (l’evocazione di Tiresia, l’apparizione di Polifemo), fino a toccare struggenti vette di drammaticità, come il commiato da Calipso, il dialogo con la madre defunta e il ricongiungimento con Penelope. Ne risulta così un’opera stratificata e visionaria, che incorpora in sé l’idea di un’arte totale, capace di accumulare in sé tutti i registri e i linguaggi artistici possibili, pur restando in tutto e per tutto una bellissima fiaba per topi e bambini. Lo stesso racconto omerico d’altronde non è che il racconto di un racconto; è un’opera sostanzialmente meta-narrativa, in cui i racconti dei personaggi confluiscono all’interno di una narrazione più ampia, quella che Odisseo fa al Re dei Feaci e a sua figlia Nausicaa, che viene raccontata a sua volta da Omero. Bob Wilson sviluppa la dimensione intradiegetica del racconto omerico e ne traspone la parte centrale e più ampia come il racconto di Arete, moglie di Alcino, a sua figlia Nausicaa. In poche parole, tutte le avventure di Ulisse non sono che la fiaba che una madre racconta alla figlia prima di andare a letto. Ma subito Arete ci mette in allerta circa il considerare le fiabe come semplici racconti per bambini: dopo che la figlia Nausicaa è venuta a conoscenza del lato oscuro di Odisseo, rimanendone scandalizzata, la madre le ricorda di trovarsi di fronte ad un uomo, e in quanto tale soggetto alla fallibilità e all’errore. Il fatto che sia una fiaba non significa che debba per forza essere ingenua, dopotutto; e questo vale anche per Odyssey.

  • Bob Wilson, uomo del Rinascimento

In un’intervista il regista affermò di allestire i suoi spettacoli nello stesso modo in cui si preparano gli hamburger. Ogni elemento della scena, per Wilson, deve essere prima preparato a parte, come si fa con le cipolle in agrodolce per gli hamburger, per poi essere tutto montato insieme in un secondo tempo, in modo tale che ciascun elemento richiami l’altro senza però perdere la sua unicità, armonizzandosi in un’unica esperienza estetica e ipercalorica. Una risposta da vero texano, non c’è che dire. Ma anche da autentico uomo del Rinascimento. In tutto lo spettacolo è evidente una tensione all’armonia e all’equilibrio di ogni elemento drammatico. La stratificazione dei testi e dei piani di lettura è talmente solida che è difficile considerare un elemento a sé senza considerare anche tutti gli altri. Ad esempio, i movimenti e i gesti degli attori non solo sono in simbiosi con la musica che li guida, che segue a sua volta lo sviluppo della vicenda rafforzandone la resa scenica, ma creano essi stessi i personaggi, senza che questi abbiano bisogno di essere ulteriormente presentati. Che lo spettacolo sia in greco moderno infatti non impedisce in alcun modo la comprensione di quello che avviene sul palco. Uno discorso simile lo si può fare anche sullo spazio e su come la luce lo ricrei di volta in volta deformandolo. Le scenografie sono infatti del tutto limitate a pochi elementi essenziali: una tavola imbandita può servire sia per ricreare il palazzo di Circe che il banchetto dei Proci, un paio di sedie di bambù la capanna di Eumeo e un triclinio le stanze di Calipso. A dar corpo a questi ambienti è la sola luce, che si carica di innumerevoli funzioni: si fa narrazione quando muta dal blu al rosso per sottolineare l’accecamento di Polifemo, architettura quando costruisce i doppi fondi spaziali e l’interno del porticato del palazzo di Alcino, protagonista quando segue le azioni degli attori e il costante tema musicale (ad opera del pianista greco Thodoris Economou). Il fatto che la luce e lo spazio abbiano un ruolo così fondamentale nel teatro di Wilson è un segno ulteriore della sua attitudine rinascimentale: lo studio delle prospettive e di come l’illuminazione modifichi lo spazio sembrano richiamare gli studi di Bramante e delle sue illusioni ottiche, così come la costruzione di spazi fatti interamente di luce contribuiscono alla resa di quella levitas che contraddistingue tutto lo spettacolo. D’altronde, rinascimentale è anche l’idea di tradurre il padre di tutti i poemi per un pubblico contemporaneo; ciò che più sorprende però, è che l’originalità e la freschezza del poema omerico non vengono sacrificate sull’altare dell’attualizzazione, ma vengono invece esaltate e sottolineate da una resa scenica (merito anche della fisicità imponente e al contempo clownesca degli attori, in grado di far oscillare lo spettacolo tra la più concreta carnalità alla più evanescente ariosità) capace di farci rivivere il brivido delle avventure di Odisseo e il dramma, sempre attuale, di un uomo che non riesce più a ritrovare la via di casa.

  • Ritornando a casa

Ma per quanto leggera, burlesca o visionaria che sia, cosa può raccontarci ancora una storia vecchia quasi di tremila anni? Il testo poetico di Samuel Armitage e la drammaturgia di Wolfgang Wiens nella rappresentazione di Wilson sembrano offrirci una nuova lettura del poema omerico. L’Odisseo di Wilson infatti è molto distante dall’immagine canonica dell’eroe omerico e delle riletture che la letteratura contemporanea e non ci hanno offerto di esso. La curiosità insaziabile, il “multiforme ingegno”, lo spirito prometeico non sono che attributi secondari di un uomo alle prese con una sfida più grande di lui: il ritorno a casa (“πατρίδα” in lingua originale, che indica sia la casa che la patria). Ogni ostacolo che affronta del suo viaggio però sembra trattenerlo, ora imprigionandolo, ora ammaliandolo, ora facendolo tentennare, se non fosse per l’intervento degli dei, come nel caso di Calipso. Visto sotto questa luce, l’opera di Wilson è la storia di un uomo che ha perso la via di casa e non vorrebbe altro che tornarvi una volta per tutte, ma si trova costantemente impedito, ora da se stesso, ora dalla cupidigia e la stoltezza dei suoi sottoposti. Odisseo è dunque un inetto, un inetto vincente, potremmo dire, lontano però da quella condizione ontologica descritta da Kafka e più vicino invece alle nostre debolezze quotidiane; ma il fatto che sia incapace di tornare a casa grazie al suo solo “ingegno”, non significa che non vi farà ritorno. Ogni ritorno a casa, però, parte da una riconquista, sembra suggerirci Wilson. Riconquista sia da un punto di vista “politico” (la strage dei Proci e il ritorno del vero Re di Itaca sul trono), sia da un punto di vista “affettivo”. Odisseo, infatti, non può dirsi tornato a casa finché Penelope non lo riconosce come il marito che ha aspettato per così tanto tempo. È a questo punto che assistiamo ad una delle scene più drammatiche e più cariche di tensione dell’intero spettacolo. Penelope infatti non riconosce immediatamente Odisseo; è una donna che ha sofferto molto, che ha atteso per vent’anni un marito che ormai dà per disperso, o peggio, tra le braccia di un altro. Quell’uomo dalla barba lunga e ricoperto di stracci, che pur si è mostrato degno di averla come sposa, dopo aver liberato la sua casa dai Proci, non può essere suo marito, sebbene si dichiari tale. Ha bisogno di una prova, lei. Gli tende perciò un tranello, gli chiede di spostare fuori dalla camera il talamo su cui lei e Odisseo hanno passato le loro notti prima che lui partisse; ma ecco allora che Odisseo si rivela, narrando la storia di quel letto, ricavato dal ceppo dell’albero intorno a cui è stata costruita la casa. Nessuno può spostarlo. Penelope ora riconosce l’uomo che ha atteso per tanto tempo, i suoi occhi si dischiudono e gli attori, che si erano inseguiti – sfiorandosi – per tutta la scena senza mai riuscire a incontrarsi, si ricongiungono, avviando lo spettacolo verso la fine, mentre Odisseo sussurra a Penelope “sei tu la mia Itaca”. Bisognerebbe avere un cuore di pietra e ricoperto di petrolio per non commuoversi davanti ad una scena di una tale potenza. In poco più di una sequenza, l’opera aggiunge un nuovo corollario al tema del ritorno, sussurrandoci proprio come Odisseo con Penelope “…e ogni riconquista è un riconoscimento”. Il ricongiungimento dei due amati non può prescindere infatti dal riconoscimento delle “radici” (il ceppo/talamo per l’appunto) attorno alle quali è stato costruito il resto della casa e su cui ne è stato concepito il futuro erede, Telemaco. Se arrivati a questo punto, vi vien da gridare “apoteosi!”, non preoccupatevi, Bob ha pensato a tutto: lo spettacolo infatti si chiude con un meraviglioso e buffissimo balletto sull’Olimpo, dove dei ed eroi danzano insieme a uomini-topo e donne-cervo, mentre Zeus impartisce la sua benedizione sulla casa di Itaca, e un simpatico uomo-coniglio ci augura buonanotte come avrebbe fatto Bugs Bunny “That’s, all, folks!”, quasi a volerci ricordare che tutto quello che abbiamo potuto sperimentare durante lo spettacolo, lo abbiamo provato grazie ad una fiaba per topi e bambini, che ci ha fatto sentire per un’ultima volta ancora piccoli e felici.

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