É giovedì e nonostante sia un giorno della settimana nessuno sembra lavorare a Milano, il parco del Circolo Magnolia è già pieno dalle prime ore del pomeriggio e il caldo torrido non sembra spaventare nessuno. Come da copione la “fauna”  accorsa è decisamente variegata: outfit discutibili in pieno stile punk e creste colorate con un tono a tratti nostalgico camminano su percorsi non delineati con magliette di tutti i gruppi di ogni epoca e di ogni genere, quasi a voler ricordare qual è stata la storia del punk rock hic et nunc.

La lineup è colorata e ricca, sul palco passano gruppi del calibro di Less Thank Jake, Bad Cop, Giuda, Bronx, i fortissimi L7 e i Mad Caddies i cui suoni punk contaminati Ska-Reggae infiammano l’atmosfera e danno vita ai primi poghi.

Le magliette sudate ritraggono facce di Sid Vicious, le maschere di Slipknot e Misfits, l’aquila dei Ramones, in un ripercorrere cronologicamente quelle che sono state le principali influenze che hanno reso in NOFX quelli che conosciamo e che si dimostrano essere anche oggi.

Fat Mike sale sul palco accompagnato da una discreta cresta fucsia, gonna nera e il suo immancabile accessorio preferito: Eric Melvin, aka il sosia di Iggy Pop dei tempi d’oro in edizione limitata dai capelli blu elettrico.

Dal primo all’ultimo pezzo il ritmo è frenetico, Fat Mike sembra non volersi fermare un secondo, in un parallelo empatico con la frenesia del pogo che imperversa mai prono dalla transenna fino alle retrovie, senza lasciar scampo a nessuno, neanche a chi vorrebbe fermarsi ai box per fare il pieno di birra.

La scaletta alterna pezzi nuovi tratti dall’ultimo capolavoro “First Dicht Effort” del 2016 a quelli del repertorio storico di album come Punk in Drublic (da cui il nome del festival) e “The War on Errorism”, come a voler rivivere loro e far rivivere a noi 35 anni in un’ora e mezza.

Il tempo sembra scorrere a velocità doppia e si consuma tra una birra lanciata in aria e una gomitata nelle costole che non vedi arrivare, per poi riunire tutte le anime presenti ed esplodere sulle note di “Linoleum”, in cui finalmente si ferma a mezz’aria, come a voler restare ancora un secondo sospeso prima di ricadere forte sulla schiena.

L’epilogo è quello delle grandi occasioni, un corteo horror – o quel che ne resta – di persone che tentano di trascinarsi verso casa. Un percorso tappezzato di cadaveri di bicchieri. Un parco che piano piano si spegne quasi a voler ricordare che è il tempo della buonanotte.

Sulla strada del ritorno la sensazione è la stessa che prova nel medesimo istante chi scende da un volo destinazione Linate dopo un viaggio di una settimana dall’altra parte del mondo: malinconici per la fine, ma distrutti dal fuso.

A cura di Clara Rodorigo

 

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