Girls Names @ Mattatoio Culture Club

499

A cura di Alessandro Melioli

Il mese di novembre si apre con lo sbarco dei nordirlandesi Girls Names nel nostro paese per presentare l’ultima fatica battezzata Arms Around A Vision, album uscito il 2 ottobre. Dopo le date di Torino e Roma la volta della piccola Carpi, prima del rush finale a Genova e Padova a conclusione del mini tour italiano.

Ormai il poker di Belfast è ben conosciuto nel nostro paese, grazie anche a tre date estive che li hanno visti protagonisti a Fano, Bologna e all’A Night Like This Festival; alla luce di ciò le aspettative sono alte per la serata di mercoledì 4 novembre al Mattatoio Culture Club. Arms Around A Vision è un gran album e ha avuto ottimi riscontri dalla critica; è un lavoro che porta a maturazione un itinerario musicale già intrapreso con Dead To Me e The New Life grazie alla sua solidità e grazie ad un suono corposo e ben riconoscibile. È un lavoro che li proietta di diritto in prima fascia nella scena wave moderna di matrice britannica.

I Girls Names sembrano usciti dagli anni Ottanta, sia per lo stile che per la musica. È curioso beccarli prima del concerto tranquilli e rilassati intenti a farsi una birra, come degli avventori qualunque; allo stesso tempo sembrano distaccati e freddi, come se non volessero far venire meno il loro aplomb british. Di queste apparenti contraddizioni si nutrono i Girls Names. Tempo che il locale si riempia e balzano all’improvviso sul palco, attaccando con la prima canzone senza nemmeno aspettare che la gente si sistemi. È questa la loro cifra stilistica, fatta di scatti e di accelerazioni, uno stile che non bada ai manierismi e va dritto alla sostanza.

La loro musica è squisitamente new wave e mescola i modi aggressivi e ruvidi del punk con la sensibilità e la maturità indie/alternative: un post-punk degli anni duemiladieci. Fin dalla prima canzone, A Hunger Artist, singolo tratto da Arms Around A Vision, si capisce il perché vogliano definirsi dark-wave. La sezione ritmica è potente e impellente, il basso di Claire Miskimmin ricalca i temi dei Cure. Il frontman e chitarrista Cathal Cully, vero leader della band, chiede di abbassare le luci affinché l’atmosfera possa farsi più cupa. A poco a poco il locale carpigiano pare diventare un club undergound britannico, con il pubblico che inizia ad avvicinarsi al palco e a muoversi a ritmo della musica. Il clima si fa più intimo e riservato e i quattro attaccano con Desire Oscillation, una delle canzoni più oscure dell’album. Màlaga è semplicemente ipnotica e a tratti sognante, caratterizzata da un’impetuosità romantica. Il volume delle casse aumenta con Dysmorphia, pezzo squisitamente dark-wave grazie all’inconfondibile ritmo della batteria di Gib Cassidy, eco della celebre Heart and Soul dei Joy Division. La loro energia sul palco tiene incollato il pubblico, la voce di Cathal Cully è forte e profonda con tinte oscure e la melodia si scontra con il suono delle chitarre. Con Chrome Rose si avverte la modernità emergere nella nostalgia, con un suono psichedelico fatto di sintetizzatori e effetti elettronici. Si raggiunge l’apice con Reticence, traccia d’apertura dell’album, e Zero Triptych, pezzo pubblicato come singolo a causa della lunga durata, canzoni nelle quali si manifesta la tecnica di Philip Quinn, chitarrista con un occhio sempre agli effetti a pedale e vera colonna portante della parte melodica. È il più attivo sul palco e non riesce mai a rimanere nel suo angolo; capita spesso di ritrovarselo a pochi centimetri dal pubblico, quasi volesse far suonare la sua chitarra ai presenti.

È affascinante guardarsi intorno e vedere tanti fan di ogni età catturati dal loro suono, talmente vicini che sembrano prossimi a salire sul palco. Le distorsioni le fanno da padroni in un live dei Girls Names, ma il clima non è confuso; tra i quattro membri della band vi è alchimia, sguardi di intesa, sorrisi, frasi sussurrate e pacche sulle spalle. È una musica interiore la loro, una musica che nasce dal profondo, è una musica fine ed elegante che non necessita di perfomance e manifestazioni spettacolari. I quattro pezzi finali sono più tranquilli ma intensi, tra i quali si segnala la indecifrabile I Was You. Si chiude come si è aperto, in maniera quasi brusca e senza preavviso, con i Girls Names che se ne vanno lasciando dietro di sé un suono distorto.

Appena si riaccendono le luci loro sono già scomparsi e con loro la musica, come se questa fosse uscita dall’ombra. Noi ce ne andiamo soddisfatti e un po’ sordi per il gran volume, ma ne è valsa di sicuro la pena: i Girls Names regalano un’esperienza intensa ed elettrizzante, a maggior ragione se si è fan di quel periodo magnifico per la musica che è stato il post-punk di inizio anni Ottanta.

Setlist:
A Hunger Artist
Desire Oscillation
Malaga
Dysmorphia
Hypnotic Regression
Chrome Rose
Reticence
Zero Triptych
Exploit Me
Take Out The Hand
I Was You
The New Life

Commenti su Facebook