On Stage: L’inquilino @ Teatro Litta

33

La ricerca di un tetto sotto cui stare può essere frustrante e debilitante. La sensazione di non avere un appoggio nella città in cui ci si è appena trasferiti, aggiunta al sentirsi completamente estraneo e piccolo in una realtà di cui non si ha alcuna appartenenza, può portare ad arrivare a quel punto in cui la prima – o forse ultima – offerta disponibile è una sorta di salvezza.

Finché non ci si ritrova in una dimensione parallela, alimentata dalle proprie ossessioni e paure che crescono in maniera esponenziale alla rigidità dei parametri per appartenere ad una società di maschere.

Trelkovsky, il nostro protagonista, è un uomo qualunque, ordinario e innocuo, apparentemente incapace di lasciare un segno nella realtà in cui vive. Un giorno firma il contratto d’affitto dell’appartamento del signor Zy, imponendosi il rispetto delle rigide regole del condominio e subentrando al posto di una certa Simonetta che, dal giorno alla notte, aveva deciso di porre fine alla sua vita, gettandosi dal balcone del terzo piano dello stabile.

La storia del protagonista viene presentata attraverso un monologo che dispiega il suo flusso di coscienza. A tratti lo stesso diventa un narratore che descrive in presa diretta ciò che gli sta capitando, intrappolando lo spettatore nell’intricata e complessa rete delle sue vicende. Nell’appartamento del terzo piano iniziano a prendere forma le paure e le angosce di Trelkovsky, che si ritrova attanagliato dall’ansia di dover vivere in silenzio, senza che i suoi vicini si accorgano della sua esistenza.

Il personaggio, quindi, si ritrova in tra due poli: da una parte la sua voglia di vivere, non così estrosa e stravagante, ma comunque in atto, e dall’altra le minacce dei condomini e del signor Zy, che non sembrano perdere occasione per sbatterlo fuori.

Trelkovsky personifica quel nostro sentirci costantemente come una corda tesa fra ciò che vorremo fare, le nostre aspirazioni e desideri, e le aspettative di tutto ciò che ci circonda: lavoro, famiglia, relazioni. È un continuo disequilibrio che prima o poi ci fa cadere, se nel frattempo non siamo stati fortunati a trovare una sorta di pedana dove poggiare entrambi i piedi e ristabilire il baricentro.

Lo spettacolo diretto da Claudio Autelli, trae ispirazione dal romanzo di Roland Topor “L’inquilino del terzo piano”. In quest’opera, l’autore francese, trova la giusta metafora per descrivere l’intera società e le dinamiche relazionali attraverso cui si forma.

Viene descritto un personaggio inetto, incapace di comprendere e accettare il sistema sociale in cui vive e per questo, si ritrova solo con le sue manie di persecuzione che prendono forma – attraverso le maschere indossate dagli attori sulla scena – e che lo sovrastano letteralmente, soffocandolo e trasformando, quella che prima era una stanza, ad una sorta di prigione.

L’irrazionalità asmatica della mente di Trelkovsky, se associata a ciò che ne sta fuori, è del tutto naturale e perde valore di fronte all’orrore che si insinua anche nelle situazioni più comuni.

L’Inquilino è un’opera introspettiva, un thriller che va a scovare i pensieri più scomodi, che rivelano la vulnerabilità di ognuno di noi e che per questo teniamo negli strati più profondi della nostra persona. Alla fine dei conti, però, il gioco non sembra valere la candela. Più ci spingiamo in profondità e più è difficile riemergere.

È un po’ come se ci trovassimo intrappolati nelle sabbie mobili: è la stessa sensazione che ci riserva il mondo e le sue logiche. Ci teniamo ad appartenerne, fino a quando non ci troviamo risucchiati in una condizione anemica che si rivelerà devastante.

Nella riflessione di Topor, così come nel riadattamento di Autelli, sembra però che ancora non si è arrivati ad una soluzione. Allora non possiamo fare a meno di chiederci se il destino dell’uomo non sia quello di arrivare a sfiorare il senso profondo dei suoi pensieri, senza mai svelarlo totalmente.

A cura di Elisa Zampini

Commenti su Facebook