Nel cuore della Russia più gelida e arida, dove la primavera non sembra arrivare mai e il freddo pare non volersene andare, sorge il Palazzo d’Inverno, il cui sfarzo e la maestosità invadono l’anima di San Pietroburgo, la vecchia Leningrado. I raggi del sole sono nascosti dietro al palazzo che oggi compie 250 anni e che è stata la fonte di cultura, di speranza, di sopravvivenza contro tutto quello che questa città ha passato.
Ecco che il documentario sul museo dell’Hermitage, nei cinema solo martedì 14 ottobre 2014, celebra la storia di questa pietra preziosa. Dentro ci sono opere di un valore inestimabile (tra cui dipinti di Leonardo, Caravaggio, Monet, Matisse, Picasso e Kandinsky) e girovagare per quelle 365 stanze rivestite di eterna pomposità fa respirare la storia dell’arte in un batter di ciglia; ci si sente parte di quella città, risucchiati nella sorte avventurosa che ha coinvolto l’Hermitage. hermitage
Infatti non si parla di questo museo solo in quanto tale, come spiegano il direttore e i vari curatori delle sezioni interne, ma della sua importanza come il centro e il simbolo della tenacia russa contro le barbarie del potere, delle guerre, della superbia di alcuni zar che alla cultura proprio non guardavano e credevano che gli armamenti fossero l’unico motivo di gloria di un Paese. Ma qualcuno di lungimirante c’è stato: Caterina la grande, donna erudita e raffinata, nel 1764 porta il numero delle opere presenti a 2.000 e si fa promotrice dell’Ermitage essendo lei “sovrano illuminato”, che ascolta i consigli degli intellettuali europei. Si immagina quel luogo come un eremo di pace, circondato dalle sue opere e lontano dal caos e dagli oneri che quotidianamente la impegnano; alleggerisce la costruzione preferendo un gusto neoclassico all’iniziale impostazione barocca. catherine_the_great
Nel frattempo il museo diventa statale, altri zar succedono a Caterina, alcuni arricchiscono il museo, altri non colgono il patrimonio e non perpetuano l’operato della zarina. Poi ci sono gli eventi naturali che lo mettono a dura prova; come l’incendio agli inizi dell’800 che lo distrugge in parte per poi essere recuperato nel 1837. La fine della dinastia dei Romanov, la successiva Rivoluzione d’ottobre, il terribile assedio di Leningrado e i drammatici anni della dittatura staliniana mettono a dura prova il museo: i curatori, o chi semplicemente lavorava al suo interno, vennero arrestati e talvolta uccisi perchè accusati ingiustamente di fare antipropaganda. Addirittura le opere del movimento delle “Avanguardie” dovettero aspettare la fine di due conflitti mondiali per essere esposte al pubblico dato che il regime comunista non le considerava nemmeno arte.
In quelle stanze in cui un tempo giravano Diderot e Voltaire, in cui si sono incrociati Dostoevskij, Tolsoj e Cechov, si sono alternati la luce e il buio, il tramonto della speranza nei durissimi anni del comunismo e il primo spiraglio di democrazia per la storia universale con la fine delle guerre.
Ma forse, più di tutti i musei, rappresenta la forza e la costanza di un popolo allora riflessi nello spirito di Caterina e oggi invece nella gente comune.

A cura di Ilaria Piva

Commenti su Facebook