Era un giorno qualunque, bighellonavo su facebook e non so per quale motivo logico (Forse il mio feticismo per i suoi film) io abbia cercato “Nanni Moretti” sulla barra di ricerca del popolare social. Sta di fatto che mi imbatto in un sacco di pagine dedicate al regista romano, chi pubblica foto, chi GIF, chi non pubblica niente da anni. Una pagina in particolare però stuzzica il mio interesse, L’ottimismo di Nanni Moretti, ci clicco sopra e non riesco a credere a ciò che sto vedendo: delle vignette evocatiche con i dialoghi e gli aforismi più iconici di Nanni. Sogno o son desto? Son desto, e pure tanto. Così tanto da contattare chiunque si nascondesse dietro la pagina per chiedergli un’intervista (certe occasioni devi sfruttarle). Beh, ci sono riuscito – l’intervista che ne è uscita fuori è fantastica – e non vi resta che leggerla.

Dovremmo partire coi convenevoli, ma è una cosa alquanto banale, ci pensiamo dopo (creiamo un po’ di suspance); pensiamo a entrare subito nel vivo dell’intervista!  Per prima cosa, come nasce la tua passione per il disegno?

Per prima cosa buongiorno e grazie per esservi sintonizzati su “L’ottimismo di Nanni Moretti” una pagina senza pretese che, paradossalmente, contava di avere un massimo di 500 followers e ne ha raggiunti più di 2000. Piccola ma necessaria e sentita marchetta: “Grazie a tutti per l’affetto che dimostrate ad ogni pubblicazione”.
Come nasce la mia passione per il disegno. Per spiegarvelo dovrò fare un leggero salto nel passato. Ero una piccola bambina irascibile e prepotente, occhi neri, capelli neri e sopracciglia sempre aggrottate, che frequentava un piccolo asilo di campagna. Il mio passatempo preferito era instaurare atmosfere di terrore tra i compagni imponendomi democraticamente come capogruppo. Il mio slogan era: “Visto che non ci arrivate voi, vi dico io cosa fare”. Potete immaginare le lamentele dei genitori con i miei, le baruffe e i lividi, le maestre disperate. Fu proprio una di loro che, all’apice dell’esasperazione, dopo aver, per l’ennesima volta, distrutto il castello di Lego di un mio compagno e fatto a botte con un altro bimbo durante la recita di Natale davanti a tutti i nostri parenti riuniti per il lieto evento, che decise di mettermi una matita in mano dicendomi: “Disegna qualcosa che ti piace”. Disegnai un T-Rex. Da allora divenni esperta in dinosauri.
Sono passati venticinque anni e poco è cambiato. Sono sempre una persona attaccabrighe, certo non così dittatoriale – rido anche tanto, ma pur sempre egocentrica.
Il disegno, per me, è una specie di sedativo. Quando non sopporto più gli altri, io mi siedo e disegno. Il disegno è nato più come necessità. Solo successivamente si è trasformato, più che in passione, in attaccamento.

…e per Nanni Moretti? Qual è secondo te il suo film imprescindibile?

La passione per Nanni Moretti è un interesse tardivo. Ricordo che, nei primi anni dell’adolescenza, guardai Ecce Bombo e non capii niente. Nanni però era, consentitemi di dire, conturbante sia a livello intellettivo che fisico. Anni dopo, in un’assemblea di istituto, quando ancora se ne facevano di belle, qualcuno propose di guardare uno dei suoi film. La mia risposta fu: “No ragà, non funziona. Se vogliamo che vengano all’assemblea, piuttosto I Cento Passi e poi li freghiamo col dibattito!” (film bellissimo, peraltro). La riscoperta c’è stata i primi anni d’università, un giorno in cui le mie coinquiline avevano occupato la tv con qualche programma demenziale, e a me giravano le scatole (si può dire balle?) di brutto. Ripresi Ecce Bombo e pensai: “C***o, ma sono io!”.
Non c’è un film imprescindibile. Nanni va accettato nella sua totalità, anche quando dice cose scomode. Prendiamo Ecce Bombo. Il film voleva essere drammatico ma fu percepito come un film comico. Nanni fu addirittura inserito nel gruppo dei “giovani comici”. Ma che reazione si prova quando, nel bar, Nanni urla: “Te lo meriti Alberto Sordi”? Un piccolo fastidio, una fittina in mezzo al torace, come se avesse toccato un’icona nazionale, se avesse messo il dito in un affare che non andava toccato. Il bello dei suoi film, però, è che, mentre la commedia italiana, è sempre stata una commedia “in levare” che si proponeva di mettere in scena categorie sociali eterogenee, Nanni si è sempre focalizzato su gente come lui o, come direbbe mia mamma, sui rompiballe. Detto questo, se, però, dovessi scegliere un suo film, anzi due, sceglierei Bianca e Habemus Papam.

Hai pensato di espandere il progetto disegnando altri soggetti, oltre il personaggio di Moretti?  

Sì ragazzi, ci ho pensato. Vorrei creare qualcosa di parallelo. Ci sto lavorando. Vi terrò aggiornati. 

Tu sei riuscita ad unire sapientemente due mondi che – solo apparentemente – sono distanti ovvero il cinema ed il disegno. Lo hai fatto in un modo molto minimale ma che crea un forte impatto a chi guarda: chi è il tuo modello di riferimento nell’ambito del disegno?  

E se vi dicessi che non c’è modello? Il fatto è che io sono un’autodidatta, sicuramente non un grafico professionista. Questo mi impedisce di avere una tecnica strutturata, quindi, principalmente, disegno di pancia. L’ostacolo maggiore che incontro, di solito, è il dettaglio e, normalmente, gli sfondi sono sempre pieni di dettagli che richiedono una grande pazienza e una grande lavorazione. Come dicevo, disegnare è un sedativo, ma non può durare più di due ore. Poi devo tornare a tiranneggiare il prossimo. Soprattutto, se inizio un disegno devo anche terminarlo. Non posso lasciarlo lì ad aspettarmi, altrimenti rischio di guardarlo con occhi nuovi, trovarci mille difetti e cestinarlo. Ho risolto il problema con queste macro aree geometriche colorate che spingono l’immagine di Nanni verso lo schermo. La linea del disegno vuole essere essenziale. Non c’è uno studio particolare. L’idea è avere una riproduzione semplice che veicoli, a suo modo, un messaggio complesso.

E adesso una domanda un po’ particolare: ultimamente sul web sta impazzando la moda di queste vignette intrise d’ansia, mandata avanti da pagine come Labadessa o Il Baffo, cosa ne pensi – tu che sei una fan di Moretti (e quindi di chi, a certi discorsi esistenziali, c’era arrivato con maggiore piglio intellettualistico già negli anni 70’ ) – delle loro strisce?  

E adesso parlaci male della concorrenza. Labadessa e Il Baffo sono due geni, non si può negare. Hanno fatto di un malessere generazionale un’attività proficua. Ora, uno di loro mi piace e uno no, non dirò quale. Uno di loro comunica il giusto disagio esistenziale generazionale, l’altro comunica solo un disagio personale. Che, francamente, al popolo (…). È ovviamente una mia opinione. Chi trovo, invece, molto interessante è la pagina “Gli Scarabocchi di Maicol&Mirco”.
Bisogna tracciare una linea ben definita tra il messaggio che trasmettono queste due pagine e quello che ha fatto Nanni Moretti e quello che, a sua volta, si propone di fare la pagina “L’ottimismo di Nanni Moretti”. Ve lo spiego con un piccolo giochetto. Come sopra, se la commedia italiana (Labadessa e Il Baffo) è una commedia “in levare” che rappresenta una società eterogenea (infatti Labadessa e Il Baffo raggiungono un pubblico maggiore proprio perché sono più flessibili), i film di Nanni Moretti ( quindi L’ottimismo di Nanni Moretti) si focalizzano principalmente sulla messa in scena di una specifica fetta di società (nel mio caso, su persone che conoscono i film e su chi, magari, non ha mai visto un film di Nanni, ma si riconosce nelle sue affermazioni, dubbi e domande). Inoltre, a differenza di Labadessa e Il Baffo, Nanni non è solo esistenziale, Nanni è imperativo e categorico. Prendetela nel senso lato. Mi spiego: “Michele io sono contento che tu esisti. Tu sei contento che io esista?” – “NO!”.

nanni moretti 2

Ora, prima di salutarci, volevo ringraziarti per come sei riuscita a trasmettere dei messaggi dai toni forti grazie alle parole di Nanni unite alla bellezza del tuo disegno, e sei riuscita a trasmetterli anche a chi – di disegno e di cinema – non ci capisce niente. Io penso che in Italia ci sia un disperato bisogno di arte, qual è il consiglio che ti senti di dare a chi per la prima volta vorrebbe approcciarsi al mondo del disegno e dell’arte in generale? Quel è stato il percorso che ti ha portato a pubblicare sul web la tua personalissima arte? 

Ragazzi, non abbiate paura. Non abbiate timore delle critiche e di chi vi guarda con il sopracciglio alzato con quel piglio critico di chi si sente superiore a voi. Se avete del materiale di qualità, condividetelo. Se non è veramente di qualità, ve ne accorgerete subito. In quel caso, impegnatevi di più ma non rinunciate. Non copiate idee, siate originali e se, come me, prendete un modello, manipolatelo in modo che sia moderno senza, però, privarlo della sua storia.
Io devo questo piccolo successo ai ragazzi della pagina “Le Rane” o, come mi piace definirli, i miei Pippi Baudo. Mi hanno scovata su Instagram e mi hanno incoraggiata ad iniziare un progetto grafico. All’inizio non c’era alcuna intenzione di creare una pagina su Nanni Moretti. Il nome è venuto per caso, in cucina a casa mia, con i mei cinque coinquilini e il mio ragazzo, mentre mi lamentavo della mia vita, contraddistinta dall’ottimismo tipico di Nanni Moretti. Questa idea, mi ha fatto ridere. Ma quanto sono intelligente?! Ho creato la pagina ed il resto lo avete visto anche voi.

I tuoi progetti per il futuro?

Uno solo: “Emanciparmi dall’incubo delle passioni, cercare l’uno al di sopra del bene e del male”.  http://bit.ly/2eSEnQg

Siamo davvero arrivati alla fine, è tempo di salutarci e di scoprire chi si nasconde dietro L’ottimismo di Nanni Moretti… ti avviso però, non rispondere con “Dietro ci si nasconde Michele Apicella!”

Michele Apicella.

A cura di Ennio Cretella

 

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