È un Lazza emozionato quello che ci accoglie al Teatro Elfo Puccini a Milano in occasione della presentazione del suo secondo album, Re Mida, prodotto da 333 Mob e uscito il primo marzo per Island Records/Universal Music, e che non attenderà molto per confessare che gran parte dell’agitazione che prova, tanto da non averci dormito la notte precedente, è dovuta al pianoforte bianco che troneggia sul palcoscenico: “Per me il piano è una cosa bella ma allo stesso tempo brutta;” – rivela – “mi piace suonarlo, ma mi piace farlo per me e non mi piace tanto esibirmi in pubblico, perché a livello emotivo me la vivo molto male”.

Poi però davanti al piano ci si siede, e le mani tatuate di quel ragazzo che dall’aspetto non definiresti propriamente un concertista della Wiener Staatsoper, suonano come mai ti aspetteresti un Valzer in la bemolle maggiore di Chopin, il suo compositore preferito di cui si è persino tatuato il volto.

È questo il valore aggiunto che rende Jacopo Lazzarini, milanese classe 1994, una sorta di mosca bianca fra i suoi colleghi: la sua solida formazione classica grazie agli studi al conservatorio Giuseppe Verdi, e lo dimostra eseguendo una versione acustica di “Netflix”, l’ultimo singolo estratto da Re Mida che conta già più di un milione di streaming.

Era quindi inevitabile che le due passioni di Lazza, il piano e l’hip-hop, si fondessero nella sua musica, e ciò è avvenuto “In maniera molto naturale, il primo disco era già così e non abbiamo fatto altro che seguire un percorso già avviato”, come spiegano Slait e Low Kidd, produttori esecutivi del disco, che in questi due anni hanno lavorato con Lazza per ottenere un prodotto che raggiungesse una certa maturità artistica che andasse di pari passo con la sua crescita personale e creativa.

Tra le 17 tracce dell’album trovano spazio ben 7 featuring (Fabri Fibra, Izi, Tedua, Luché, Guè Pequeno, Giaime e Kaydy Cain), “Tutte collaborazioni spontanee,” – commenta Lazza –  “persone con cui ci sono comunque dei rapporti; con Izi e Tedua siamo amici da quando nessuno pensava di poter mangiare con questa roba, Fibra mi ha dato un credito pazzesco, mi ha mostrato un rispetto che penso di non aver mai visto e in questo disco è stato molto disponibile perché gli abbiamo mandato questo nuovo pezzo e lui il giorno dopo ci ha mandato questa strofa incredibile, Guè è una sorta di mentore perché io vengo da quella scuola lì, Luché penso sia un artista inarrivabile, ha una credibilità pazzesca ed è stato un piacere ospitarlo nel mio disco, e Kaydy Cain invece è il mio artista spagnolo preferito”.

A rispecchiare il ritorno in grande stile di Lazza, è anche il titolo del disco: “Forse un po’ presuntuoso, ma è un concetto prettamente rap: mi piace pensare che quando metto la faccia su un brano, ciò che tocco diventa oro, e poi nel disco ci sono molti riferimenti materialisti che però cerco di trattare con più classe possibile”.

Insomma, il flow c’è, le reference pure, l’attitude abbonda e le punchline non mancano, ma non chiamatelo rapper, e neanche trapper: lui è solo Lazza. Zzala per sempre.

 

A cura di Greta Valicenti

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