L’ARTE DI RICORDARE: CHARLOTTE SALAMON

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 A cura di Virginia Battaglini

27 gennaio 2015. Tutto è già stato detto. A settant’anni dalla liberazione di Auschwitz, celebriamo anche oggi l’annuale giornata di commemorazione per i circa quindici milioni di morti, vittime del genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati, più generalmente noto come “Olocausto”. Una pagina scura della storia che incomberà per sempre come un’ombra sul nostro futuro, forse l’unico motivo per cui gli occidentali proveranno ancora per secoli un irrefutabile senso di vergogna ed imbarazzo. Tutto è già stato detto. La sequenza degli eventi che portarono l’uomo a compiere tale follia è ben nota e impressa nella mente di ognuno di noi; abbiamo visto documentari, letto libri ed articoli, visitato luoghi e discusso, discusso molto, probabilmente troppo, su ciò che effettivamente accadde in quegli anni. Ma forse ciò che è mancato a molti di noi è il confronto diretto con quella realtà, motivo per cui la sentiamo così distante; soltanto ascoltando le parole dei sopravvissuti, delle quali inevitabilmente tra pochi anni non potremo più usufruire, o esaminando le moltissime testimonianze delle vite spezzate da quel credo idolatrico che raccolse così tanti adepti, possiamo avvicinarci ad avere un’idea di quella realtà. E questo spesso viene subordinato al racconto storico.

E’ invece necessario documentarsi sulle vicende personali del più alto numero possibile di vittime: questo è lo strumento migliore che abbiamo per mantenere davvero vivo il ricordo, e poter così dar voce a storie che ancora nessuno ha raccontato, rinnovando l’interesse intorno alla vicenda e presentandola sempre sotto una luce diversa.

Charlotte Salomon (1917, Berlino – 1943, Auschwitz), ad esempio, fu una delle più prolifiche figure artistiche che orbitarono intorno al dramma dell’Olocausto. Nata in una famiglia di ebrei, riesce ad essere ammessa all’Accademia di Belle Arti e, nonostante le discriminazioni, vi studia fino a quando la situazione non precipita nel 1938 (anno della tristemente famosa “Notte dei Cristalli); trasferitasi in Francia ed appreso della lunga serie di depressioni e suicidi che avevano colpito le donne della sua famiglia, si dedica completamente all’arte, sua possibilità salvifica. In soli due anni, dal 1940 al 1942 realizza la sua opera con la tecnica “a guazzo” (tempera molto coprente e luminosa), talmente complessa da abbracciare pittura, musica, teatro, e che intitola Vita? O Teatro?: si tratta di una vera e propria antologia della sua vita, che inizia con le tranquille scene quotidiane dell’infanzia felice e prosegue con altre, che testimoniano le varie tappe della violenza subita, dalle parate naziste alle campagne di odio nei confronti degli ebrei, passando per la rappresentazione dell’amore per il marito, deportato e morto con lei ad Auschwitz. Le innumerevoli piccole guache sono realizzate principalmente con i tre colori primari (che si scuriscono nel tempo), senza contorni netti e tramite pennellate nervose, soprattutto negli ultimi esempi, come se l’artista sentisse che stava scandendo il suo tempo, e completate da testi e musiche che rendono l’opera universale e strutturata come un vero e proprio copione teatrale. Oggi si trovano al Joods Historisch Museum di Amsterdam, salvati da un’amica americana dopo la deportazione di Charlotte e pochi anni dopo restituite al padre, sopravvissuto allo sterminio.

Tutto è dunque già stato detto? No. Oggi dobbiamo ricordare non solo la morte, ma le vite di queste  persone; alcune furono avvincenti, altre meno, alcune furono particolarmente tragiche, altre ebbero un lieto fine. Alcune hanno già trovato spazio e sono state divulgate, raccontate, assimilate (un esempio su tutti, il famosissimo diario di Anna Frank), ma altre, così tante che non riusciamo neanche ad immaginare, sono ancora ignote ai più; e sono storie non solo di personaggi noti, come Charlotte Salomon, morta a 26 anni ed al quarto mese di gravidanza, ma anche di innumerevoli persone comuni, altrettanto degne di essere svelate. Questo dev’essere, a mio parere, il nostro primo impegno a riguardo, e quello delle generazioni future

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