L’ARCHITETTURA CHE VIVE E CAMBIA CON LA CITTA’: MILANO DOPO MILANO

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A cura di Chiara Cecchi

L’architettura in sé genera cambiamenti, cambiamenti molto visibili. La trasformazione verticale della città è stata raccontata dalla mostra fotografica Milano dopo Milano allestita alla Kasa dei Libri. Abbiamo intervistato il professor Michele Nastasi, titolare della cattedra del corso di Fotografia per l’Architettura del Politecnico, nonché curatore della mostra.

Com’è nata l’idea di Milano dopo Milano, come si è sviluppato questo progetto?
Il progetto nasce tre anni fa nell’ambito della Scuola di Architettura e Società del Politecnico, con l’idea di sviluppare con gli studenti una lettura fotografica di quest’area (la zona di Gioia e Garibaldi) in trasformazione. Qui sono raccolte 31 fotografie, formate da un numero imprecisato di scatti che rispondono ad un principio, quello di scegliere delle immagini in grado di interpretare le trasformazioni in atto e di porre una domanda su quale sia l’identità della città adesso. Come ci dice il titolo della mostra, Milano dopo Milano, si presuppone che ci sia un cambiamento, un prima e un dopo. Come molti lavori interessanti di fotografia pone un problema di identità dei luoghi: le foto servono per interrogarsi ed avere più punti di vista al riguardo.

AG1_9015Le foto vogliono quindi porre delle domande agli spettatori? Ognuno di questi scatti propone una personale interpretazione critica?
Non bisogna dimenticare che sono foto scattate da studenti di architettura: tutto lo sforzo di questi anni è stato quello di distogliere lo sguardo dai puri edifici per spostarlo verso molti altri elementi che fanno la città. L’impegno che ha caratterizzato questo progetto è quello di cogliere gli edifici in relazione a tutto il resto, persone, abitudini, traffico, rumore, mezzi di trasporto, condizioni atmosferiche, perché la città è soprattutto fatta di queste cose. Per cui non ci sono delle domande così definite e precise ma molti di questi temi possono essere sollevati nella mente di chi guarda, a seconda delle proprie esperienze personali e della propria formazione culturale. La fotografia è sempre abbastanza aperta a l’interpretazione, presenta anche delle ambiguità e sono proprio questi elementi che la rendono interessante.

Ogni studente era lasciato libero di scegliere come rappresentare, attraverso la propria macchina fotografica, il cambiamento in atto?
Il mio tentativo è quello di lasciare campo libero agli studenti, ma dentro a questa libertà sono stati stabiliti dei vincoli, ovvero cercare di non focalizzarsi solo su un soggetto o solo sull’ architettura in quanto progetto di un edificio, per dare invece risalto a degli aspetti che sono appunto urbani nel loro complesso. Molto spesso gli architetti si concentrano troppo sui dettagli e dimenticano che intorno c’è un mondo. È una libertà tra l’altro anche di mezzi: alcune di queste foto sono state scattate con delle ottime macchine fotografiche, altre invece con dei telefonini. Ciò che conta è l’idea e che questa idea venga trasmessa a chi guarda la fotografia. Alla fine non è importante quanto la tecnica ti permetta di stampare grande una foto, di raggiungere delle qualità altissime ma che attraverso questi scatti venga veicolato un messaggio.

Come siete entrati in contatto con la Kasa dei Libri?
Siamo entrati in contatto per un interesse reciproco, da parte di Andrea Kerbaker per il nostro lavoro in rapporto al cambiamento vissuto dalla città e per la conoscenza che gli studenti avevano di questo posto. L’idea era quella di riproporre sulle pareti, attraverso poche foto di grande formato, ciò che si vede dalle finestre, mostrare i diversi momenti di quello che possiamo osservare fuori.

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