A cura di Elisabetta Lisa

In una delle scorse sere primaverili, passeggiando lungo la nuova Darsena milanese, mi è stato
fatto notare che alle volte sembro finire per duellare con la letteratura e che quasi mi
costringo a volerne uscire sconfitta per riuscire ad apprezzare davvero un autore. Non so se
questo sia vero e se costituisca il giusto incipit a una delle recensioni più sofferte che io abbia
mai scritto ma il dato ineludibile è che, ahimè, questo sarà uno degli articoli meno imparziali e
impersonali che potessi elaborare.
Ho scoperto la Ferrante solo qualche mese fa. Subendo un interminabile fuoco di fila di
apprezzamenti entusiastici, ho finito per arrendermi alla quadrilogia de “L’amica geniale”.
Ho riflettuto a lungo su quale aspetto soffermarmi, su quale fascinazione far leva per
convincervi che è proprio questo il romanzo che stavate aspettando, che leggerete
ringraziando il cielo di averlo acquistato perché ad ogni pagina vi entusiasmerete come sul
principio di un’inconsueta epifania. Purtroppo però la verità è un’altra, almeno per me. Questa
storia mi ha commossa a un livello così profondo da schiacciarmi, bloccandomi nello slancio
immaginifico che avrebbe reso il tutto più distaccato e veritiero.
Da soccombente ho quindi affrontato il racconto di quest’amicizia femminile che porta con sé
la storia di un intero rione napoletano, dell’Italia del boom economico e delle ancora vive
ideologie politiche, dell’emancipazione femminile e del distacco dal modello di famiglia
patriarcale post bellico. Ho finito per immedesimarmi a tal punto nella storia da convivere per
giorni col boato della sua prosa martellante e viscerale, fino ad analizzare situazioni che stavo
vivendo proprio come avrebbe fatto la scrittrice, assorbendone la razionalità ossessiva e
fingendomi quasi parte di quel pantheon che stentavo a dimenticare.
Mi muovevo nel mio mondo con quella storia attaccata all’anima, quasi fosse il feticcio di una
conoscenza cui anelavo ma che mi ero quasi dimenticata di cercare.
Elena Ferrante ha avuto la freddezza di spiegare esattamente cosa voglia dire nascere in un
mondo dove esser femmina è una maledizione e dove diventare donna equivale a scegliere tra
due opzioni ben distinte: interpretare la parte dell’avamposto succube di qualche buon partito
o presunto tale, tacendone i limiti per non arrecare offesa , sopportandone mestamente le
alterità oppure arrivare a credere di poter disporre a piacimento della propria esistenza,
innalzando alte barricate d’ autonomia e scongiurando ogni ipotesi di compromesso,
votandosi, insomma, a un continuo violento alterco con il mondo maschile e maschilista
dell’epoca.
L’amicizia delle due donne si alimenta tra le feritoie di una realtà squallida come quella
rionale napoletana, crescendo al ritmo ossessivo di un’emancipazione sognata, obbligata e
sofferta. Nulla è scontato quando si nasce in un posto come quello di cui parla la Ferrante, che
alterna miseria schiacciante a violenza, ignoranza a abbrutimento, dove capire i basilari
dell’esistenza, quelli meramente fisici in particolare, equivale a violare un pudico codice
silenzioso, esponendosi al rischio di apparire pericolosamente sediziosi. Qualora si
dimostrasse il coraggio di volersene emancipare il prezzo da pagare sarebbe un’inevitabile
rottura, un salto nel buio in un mondo altrettanto ostile, quello dei benpensanti e benvestiti,
dei nati giusti e dei facilitati in partenza.
Il racconto si snoda pertanto fra vari tipi d’inappartenenza, conosciuti solo a chi ha avuto la
forza di scalare il cursus honorum della società, subendo inevitabilmente la solitudine
dell’apolide, di chi non può e non vuole tornare alle origini ma è tagliato fuori dal resto del
mondo cui sognava di mimetizzarsi.
Nei vari romanzi di cui vi sto parlando, noterete che l’amicizia che matura tra Lenuccia e Lila
ha natura biforme: se da un lato proteggerà entrambe dalla solitudine dell’incomprensione
delle loro famiglie, dall’affetto stentato e le unirà nell’amore per la conoscenza che riscatta e
alleggerisce, dall’altro sarà la loro condanna, uno sprone malvagio, un pungolo infetto. L’una si
rivelerà il demone personale dell’altra, la donna da superare e imitare, da proteggere e
annientare.
Non avrebbe nessun senso soffermarsi ora sulle singole storie, sui personaggi minori, sulle
verità seconde ma non secondarie che il romanzo porta con sé.
Sul finire però credo giovi pensare alla quadrilogia come a un’antologia del demone
dell’inappartenenza, di quella che poi è radicata nell’animo di ognuno di noi, che ci rende soli
in una solitudine fatta di altre solitudini, che ci stritola tra le sue radici e che sembra
alimentarsi all’ombra dell’insignificanza ingiustificata che ogni esistenza racchiude.

Commenti su Facebook