Ipocrisìa: simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole.

Ipocrisìa che si nasconde sotto i cuscini del divano del salotto borghese ottocentesco, sotto la zampa di un tavolino rotto del salotto borghese ottocentesco e, perché no, dentro la tazza di té del salotto borghese ottocentesco. Da un testo del 1894 di Feydeu – testimone della società parigina di fine Ottocento – Davide Carnevali con la compagnia Il Mulino di Amleto porta in scena al Teatro Sala Fontana, dal 9 al 14 maggio, L’albergo del libero scambio

Il palcoscenico è un salotto che rappresenta se stesso e insieme la condizione esistenziale della classe borghese, riletta in chiave contemporanea, dove tutto è apparentemente in ordine e lucente, seguendo l’equazione matematica del più è in ordine, più è finto e, di conseguenza, perennemente fermo al punto di partenza. Il salotto è attraversato, con battute ironiche e allusive, da due coppie di coniugi ovviamente entrambe in crisi tra di loro che rivelano, seguendo le tracce del teatro ibseniano, i propri scheletri nell’armadio senza però agire per fare un po’ di pulizie di stagione.

Lo spettatore lo sa, gli scheletri rimarranno lì a prendere polvere, cristallizzando la vita dei personaggi in un’immobilità passiva dove è importante salvare l’apparenza perché in fin dei conti è preferibile non sgualcire il divano di casa che sedercisi sopra con i propri amati. Ai coniugi si aggiungono altri personaggi, connotati a tal punto da diventare caricature in un’esilarante valzer di stranezze: la cameriera, il nipote di uno dei due mariti, il proprietario della casa, sua figlia e la polizia.

E tutti, ma proprio tutti, si trovano nella stessa notte all’albergo del libero scambio, un posto per gente poco raccomandabile, direbbe l’angioletto pudìco che si risveglia sulla spalla destra, eppure, per ragioni diverse, destinazione di ognuno di loro per una notte, dove gli intrecci si confondono in una ragnatela di comicità pura. L’albergo è, idealmente, speculare al salotto domestico rimarcando ciò che succede, eppure non si vede, entro le mura domestiche con tanto di spettri, veri o finti che siano, rappresentando il luogo dove finalmente trasgredire la propria vita confezionata ma…senza riuscirci fino in fondo.

Il giorno dopo, quando tutto sembra tornare alla normalità, all’interno del salotto di casa, tra una buffa menzogna, assurdi scambi di identità, niente è successo la notte prima e tutti i personaggi possono riprendere i propri ruoli di moglie e marito fedele, all’infuori della cameriera, naturalmente, perché si sa, il capro espiatorio è sempre l’innocente.

Divertente e sfacciato, L’albergo del libero scambio recupera un modulo classico del teatro, lo adatta ai nostri giorni e ce lo consegna senza troppi filtri, adottando soluzioni prese in prestito dall’ambito cinematografico – come la scena di rallenty finale – e disegnando un quadro di famiglia in cui nessun membro è trascurato, ma anzi, caratterizzato così bene, da renderlo nella caricatura, fin troppo umano.

A cura di Cecilia Angeli

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