Dimenticate le classiche commediole adolescenziali. Dimenticatevi quei film di formazione intrisi di moralismo e sentimentalismo. Dimenticatevi persino quei drammaticoni il cui unico intento dovrebbe essere quello di strapparvi una lacrima. Il film “Lady Bird” non è niente di tutto questo. E anzi è molto, molto di più. D’accordo, nella corsa agli Oscar è partito da underdog e tale è rimasto, ma ha saputo stupire con due Golden Globes (uno per il miglior film commedia ed uno per la miglior attrice protagonista in un film commedia a Saoirse Ronan).

Primi anni Duemila, California. Ma non la fascinosa Los Angeles o l’iconica San Francisco: siamo a Sacramento, capitale amministrativa del Sunny State e città di nascita della regista Greta Gerwig. Ed è qui che incrociamo la prima tematica: l’attaccamento alle proprie radici nel rapporto ambiguo, irriverente e talvolta sfrontato della protagonista con le proprie origini. Lei, Christine McPherson, è una brillante adolescente all’ultimo anno di high school, che vive un perenne dissidio con le imposizioni religiose, economiche e culturali della propria condizione. Lady Bird, “coccinella”, quel significativo soprannome che arriva a darsi, diventa dunque il simbolo del desiderio di cambiamento che cova dentro di sé.

La seconda, grande tematica del film è proprio questa: il desiderio di cambiare, la voglia di novità e di un qualcosa che sovverta la paurosa quotidianità che sembra incombere all’orizzonte. Lei odia Sacramento, ma non può fare a meno, inconsciamente, di descriverla appassionatamente, di esserci talmente tanto radicata da volerne scappare, così solo per apprezzarne veramente la natura.

Il terzo, significativo punto nevralgico della storia risiede nel rapporto con la madre: una madre attenta ma anche intransigente, a volte ultimo baluardo nella vita impazzita della figlia mentre altre volte si dimostra primo ostacolo, prima vera difficoltà da affrontare. Una madre che, al contempo, ribalta completamente la condizione familiare, disastrata e colpita a fondo dalle difficoltà di un padre amorevole ma consapevole del proprio fallimento.

Ci troviamo di fronte ad una commedia delicata, che tratta sostanzialmente temi già visti ma con una sensibilità ed una novità disarmanti: ci sono i primi amori, le prime gioie e le prime delusioni, i primi tradimenti ed i primi ravvedimenti, ma tutto in puro stile Lady Bird. Uno stile tutto suo, unico, come le macchiette nere delle coccinelle.

Le scelte compiute dalla regista, prima fra tutte quella di ambientare gran parte della narrazione all’interno di un istituto cattolico, le permette di smascherare le fumose ipocrisie di una società ancora rattrappita su sé stessa, chiusa nelle proprie convinzioni ma che sono utilizzate come ultimo appiglio ad una cultura che si dirige verso l’omologazione, come un segno della propria orgogliosa diversità. E infatti, al termine del film, quando il destino di Lady Bird sembra compiersi, diretta nella “sua” New York, quella città in cui sentirebbe e troverebbe una cultura tanto agognata, decide di fare un passo indietro, non essere più una coccinella, ma tornare ad essere Christine. Di Sacramento, perché quella è la sua casa.

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