LA VITA DI ADELE

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a cura di Antonella Polisena

Nel mese di Ottobre è sbarcato al Festival del Cinema di Cannes il quinto lungometraggio di Abdellatif Kechiche che, dopo “Venere nera” prodotto nel 2010, completa il suo climax ascendente con “La vita di Adele”, film intenso la cui carica emotiva è stata premiata dalla giuria con la Palma D’Oro per il miglior film.

La trama è liberamente ispirata al fumetto “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, secondo il principio kubrickiano di adattare il cinema ad opere minori accentuandone la cromaticità. Adele (Clementine nel fumetto originale, il nome è stato cambiato per fare in modo che l’attrice Adele Exarchopoulos riuscisse meglio ad immedesimarsi nel ruolo: obiettivo assolutamente raggiunto) è una ragazza di diciassette anni che vive in un paese della Francia settentrionale, contesto geografico che conferisce una splendida cornice con lo svettare del campanile sul tipico cielo terso francese durante l’inverno e gli svarianti colori della natura autunnale.

La protagonista vive un disagio dovuto ad un senso di incompletezza tipico di ogni adolescente, ma a cui non sa trovare un corrispettivo: ha una famiglia che le vuole bene, degli amici, un fidanzato. La casualità tramite cui ad un semaforo incontra Emma la travolge in una febbrile ricerca del pezzo mancante, che questo si sia concretizzato nel sentimento per un’altra donna è, anche , casualità.

Il tema che Kechiche affronta non è tanto quello dell’omosessualità, quanto la ricerca di identità di una diciassette la quale reagisce alla banalizzazione dei sentimento che le propongono i suoi coetanei. Il film va guardato, quindi, senza alcun tipo di pregiudizio non badando alle polemiche infondate uscite dalle bocche italiane mentre le mani degli altri paesi applaudivano instancabilmente. Le scene di sesso esplicito sono tanto forti quanto motivate a realizzare appieno quel cinéma verité del regista ed una constatazione tanto ovvia basti ad evitarci inutili moralismi.

La telecamera di sofferma a lungo sui volti delle protagoniste permettendo allo spettatore di prendere confidenza con la fisionomia dei volti, tanto da renderla facilmente interpretabile senza bisogno di particolari smorfie o espressioni. Il regista ha prodotto uno studio quasi scientifico-analitico del sentimento finalizzato a dimostrare che nel marasma di fiato, corpo ed anima umano l’unica armonia possibile è una confusione disorientante. Il coinvolgimento è tale che i limiti dello schermo-orizzonte vanno sfumando del tutto e i 179 minuti della pellicola scorrono come solo la realtà delle vicende vissute in prima persona sanno fare, in un vortice di sentimenti, cibo, poesia e arte.

Sicuramente significativi sono i riferimenti a Sartre, Klimt, Schielema soprattutto quelli a Picasso. Nella prima conversazione tra le due, Adele confessa di conoscere solo lui, non a caso, richiamando il cosiddetto periodo blu , tinta che colora tutto il film: le pareti, le coperte, gli abiti, le luci del locale, i capelli di Emma. Definire La vita di Adele come a un film su due ragazze gay è quantomeno riduttivo, sminuisce la storia di un primo amore passionale il cui oggetto è una donna libera, estrosa, realizzata, indipendente che funge da modello all’acerba Adele e che quando finisce fa arrivare l’eco del dolore della protagonista.

Alla fine la vita le allontana lasciando un mero senso di nostalgia, Emma avrà un’altra storia e cambierà colore di capelli. Entrambe realizzeranno i propri obiettivi separatamente. L’una diventerà maestra d’asilo, Emma allestirà una mostra con le proprie opere e fra le tele, nella tonalità del blu cobalto, spicca un ritratto di Adele. Cambierà colore di capelli e quel blu che l’aveva caratterizzata in quanto simbolo di ardore e furor giovanile finirà sul cappotto di Adele nella scena finale in cui lascia lo schermo camminando di spalle con passo sicuro.

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