Gli Oasis rappresentano un fenomeno che cambiò il volto della scena musicale, culturale britannica ed europea degli anni ’90 e 2000. La loro scia, maleducata e prepotente, definì il cielo di un’era; una cometa tanto abbagliante quanto effimera, i fratelli Gallagher, esuberanti adolescenti (leggasi rissaioli da pub) che imbracciano chitarra e microfono e decidono di far cantare una generazione. Wonderwall, Champagne Supernova, Don’t look back in anger per citarne alcune: da apprendisti elettricisti a Pop-Star in meno di un lustro.

Non esiste gruppo che abbia raccolto idealmente e platealmente l’eredità dei Fab Four di Liverpool tanto quanto Noel, Liam e compagni. Tantomeno i “rivali” di sempre, i Blur: uno scontro tanto rumoroso quanto prettamente mediatico, con il mezzo milione di persone a Knebworth che assistettero alla performance dei ragazzotti di Manchester, la “prima città industrializzata del mondo”, grigia culla della loro giovinezza, a sancirne formalmente la fine.

I due fratelli, appunto, istrionici lati di un’unica medaglia, hanno colorato un’epoca patinata con dichiarazioni onnipotenti e atteggiamenti strafottenti, furbescamente consapevoli dell’importanza dell’apparire e dell’essere, fin dagli albori.

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Proprio il primo periodo vide Liam (voce) aggregarsi a Paul “Bonehead” Arthurs (chitarra), Paul McGuigan (basso) e Tony McCaroll (batteria), giovani ragazzi della Manchester operaia e suoi compagni di classe, per dar vita al primo nucleo del gruppo, al quale si aggiunge quasi subito il fratello maggiore, che da tempo si dilettava a strimpellare in camera, improvvisando motivetti. Una storia familiare disastrata forgia in loro due caratteri che definire spigolosi fa sorridere. L’inizio del fenomeno Oasis è fatto di concerti in giro per i pub britannici, fin quando nel ’93 vengono notati durante un’esibiziones in Scozia da Alan Mcgee, proprietario della Creation, che propone loro un contratto di sei anni. Nei mesi successivi tra droghe, alcool e camere d’albergo frantumate vede la luce il primo capitolo dell’Oasismania, l’album d’esordio “Definitely Maybe”, preceduto a dire il vero da 3 hit dal successo internazionale. Coniano un modo di fare musica, intriso di linee pop-rock, sospese tra la ruvida e graffiante voce di Liam e la brillante ritmica di Noel. Critica e pubblico li acclamano per il giusto mix di qualità musicale e frizzante innovazione, che fa di loro idoli di folle e riferimento condiviso per i giovani inglesi.

Il dualismo fraterno interno alla band ricalca quello leggendario tra Lennon e McCartney, con Noel praticamente unico ideatore e song-writer e Liam frontman vocale. Talentuosi e incompatibili, ruvidi e violenti, ribelli e poetici, non fanno nulla per arginare la loro immagine di “angeli dalla faccia sporca”. Il ricordo di un famoso episodio può rendere giustizia del loro egocentrismo delirante: durante un viaggio aereo Liam, sobrio e composto, decide che la hostess deve portargli un biscotto. Lei non è d’accordo. Risultato: una turbolenza aerea, equipaggio mandato affanculo e radiazione dai voli della compagnia a vita per la band. Si sentivano i migliori del mondo e non perdevano occasione per ribadirlo ad ogni intervista, “così almeno il 50% della gente ci crederà” come dichiarava ai tempi Noel.

Dopo il primo immenso successo, nell’autunno del ’95 arriva alle stampe, sommerso dalle aspettative di critica e fans di mezzo mondo, l’epocale “(What’s the story) Morning glory?”, capolavoro pervaso da una crescente maturità e completezza compositiva, che rende sempre più trasparente la similitudine con i Beatles. La mente di Noel partorisce melodie tanto semplici quanto rotonde e limpide, impreziosite dalla violenza vocale di Liam. In un anno e mezzo gli Oasis firmano una pagina di storia della musica regalando una pietra miliare del pop-rock, spartiacque effettivo delle loro carriere, divenendo vere e proprie icone. I singoli estratti hanno i contorni dei classici inni generazionali, istantanee d’un decennio disperatamente bisognoso di nuova linfa ed icone da osannare, tanto meglio se drogati, ubriachi e incazzati, sempre. Sembrano consapevoli della facilità disarmante con la quale ridefiniscono il canzoniere pop britannico e ciò non poteva che destare dissapori mai del tutto affievoliti. Liam decide di non cantare in Unplagged (Mtv) e Noel, venuto a conoscenza della bravata del fratello a 15 minuti dall’esibizione, si reinventa frontman unico, voce e chitarra intervallati in mondovisione dagli insulti al fratello presente sugli spalti, divertito dall’idea di boicottare lo show.

Siamo nel 1996 e le bizze del fratellino impongono al resto della band, concentrata a portare avanti un percorso fino a quel momento travolgente, di esibirsi in giro per gli USA senza di lui.  Si vocifera di separazione, di odio insanabile, di un Noel a sua volta reticente a continuare, sempre più invischiato nella sua dipendenza da cocaina. Nulla di tutto questo; i due fratelli riescono a disintossicarsi e tornare rapidamente in cima alle classifiche con la pubblicazione del loro terzo album in studio, a chiosa del trittico migliore della loro produzione, “Be Here Now” (1997).  Evidente e cercato, l’ammiccamento al Beatles style pervade l’atmosfera generale della track list, sempre più manierista e orecchiabile. Un lavoro da grande pubblico, facilmente confezionabile, cantabile e soprattutto vendibile. Impossibile non citare ballate pop quali “Stand by me” o “Don’t go away”, standard del genere che camminano palesemente in territorio beatlesiano. Prodotto complessivamente qualitativamente vicino ai primi due, rappresenta una sorta di “canto del cigno” del Noel ispirato melody-maker.

«Gli Oasis sono probabilmente la band di maggiore talento e successo che la Gran Bretagna abbia prodotto dai tempi dei Beatles.»

(Ros Wynne-Jones)

Seguì un periodo di relax soltanto apparente, come dimostra la decisione di abbandonare la band da parte degli altri due membri fondatori; rimpiazzati dopo qualche tempo, quello necessario per lanciare una raccolta di b-sides dal titolo “The Masterplane” (1998), la verve compositiva e creativa parve riaccendersi nei fratelli Gallagher, finalmente liberi dagli eccessi di contorno che hanno troppo spesso influenzato la loro vita extra-studio. In realtà il successivo “Standing On The Shoulder of Giants” (2000) sancisce l’inizio della fine del gruppo mancuniano, stroncato dalle critiche nonostante le buone vendite. Si tratta di riproposizioni sbiadite delle primissime cose e l’adulazione dei ragazzi di Manchester per i quattro di Liverpool non fa che acuirsi, come dimostrato dai nuovi “Heathen Chemestry” (2002) e “Don’t Believe The Truth” (2005), nei quali è altresì evidente il tentativo da parte della band di svincolarsi dalla dimensione di “dinosauri del pop” sempre più incombente, aprendosi a influssi più ruvidamente rock e orchestrali, omaggiando altri gruppi fondamentali nella loro formazione musicale. Soprattutto il secondo lavoro sembra poter risvegliare il quartetto, ma molte cose sono ancora da rivedere.

Noel e Liam paiono aver trovato una pace inversamente proporzionale alla qualità e all’impatto delle produzioni; non stupisce l’apertura a composizoni di gruppo voluta da uno spento Noel, proposta favorevolmente accettata dal fratellino. La completa maturazione del suono sixties/seventies avverrà con l’ultimo disco in studio della band “Dig Out Your Soul” (2008). Impasto sonoro rotondo e una costruzione estremamente ragionata aprono le porte a strappi di rock-psichedelico, intervallati da morbide e romantiche ballad.

Ma proprio quando la coralità compositiva sembra rimpolpare gli animi dei maturi Oasis, Noel, durante il tour di promozione del nuovo album, cova una decisione che diventa realtà nell’estate del 2009:

“E’ con un po’ di tristezza e grande sollievo che vi dico che ho lasciato gli Oasis stasera. La gente dirà e scriverà quello che vuole, ma io semplicemente non posso andare avanti un solo altro giorno a lavorare con Liam. Mi scuso con chi ha comprato i biglietti per Parigi, Konstanz e Milano.”

Con questo comunicato stampa, il maggiore dei due fratelli, sancisce la definitiva inconciliabile incompatibilità tout-court con Liam e intraprende un nuovo progetto solista.

Da questo momento saranno sempre più frequenti e ruvide le frizioni tra i due; entrambi non perdono tutt’ora occasione per rinfacciare quanto egoista, mediocre e cazzone sia l’altro, nonostante molti fans vociferino di una possibile reunion della band inglese. Sarà proprio Liam a spegnere qualsiasi utopistica speranza:

Ascoltate, non ci sarà reunion degli Oasis perché Noel non vuole, è troppo impegnato ad essere mediocre e sempre alla ricerca di sembrare cool. A non volere la reunion è quella testa di patata. Non incolpate me. Non riesco a pensare ad una ragione per farlo. Quale sarebbe il punto? Non lo so. Non vedo quale sarebbe il punto.”

Questo tweet di circa un anno fa ed un nuovo album solista, parallelamente agli ulteriori screzi conseguenti all’attacco terroristico subito da Manchester quest’anno, hanno scacciato per il momento qualsiasi probabilità di riappacificazione tra i due.

Noel, Liam e la band, protagonisti del nuovo docu-film “Supersonic”: fenomenologia di un odio-amore artistico e personale, firma indelebile di quell’Oasismania che ha reso due adolescenti rissaioli le stelle più lucenti dell’era Brit-pop, specchio d’una generazione ruvida, romantica e fuori dagli schemi.

“Please don’t put your life in the hands | of a rock’n’roll band | who’ll throw it all away.

(Don’t Look Back in Anger)

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A cura di Cristiano Cecchini

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