LA SPOSA di Covacich

668

di Nicolò Valandro

Fin dalla sua presentazione, e a detta dello stesso autore, “La Sposa” di Mauro Covacich è stata definita come “un unico flusso di pensieri sul Presente”. Definizione più che azzeccata, verrebbe da pensare, anche se non mancano altre definizioni meno suggestive, come quella proposta da Michele Lauro su Panorama, il quale ha paragonato l’opera ad un “concept album”. Se si volesse mantenere la metafora musicale, si potrebbe anche considerare l’opera come una virtuosistica serie di “variazioni sul tema”: sul corpus di un tema maggiore, il Presente, Covacich innesta uno dopo l’altro assoli e refrain, riprese tematiche e intermezzi melodici, restituendo armonia e organicità ad un’opera altrimenti condannata ad una radicale frammentarietà.

“La Sposa” infatti è una creatura ibrida: tra i diciassette racconti autonomi ed autoconclusivi che compongo l’opera Covacich instaura una fitta rete di richiami, come a sottolineare che le vicende rappresentate si stanno svolgendo o si sono svolte in un qui e in un ora che non possono essere definiti se non all’interno di un orizzonte d’eventi comune. Il senso del Presente è dunque restituito dalla stessa frammentarietà episodica del romanzo. Un cortocircuito narrativo davvero interessante, soprattutto se si nota come Covacich si soffermi su storie e personaggi quanto basta per far maturare nel lettore l’interesse per le vicende narrate, solo per poi spegnere i riflettori e passare ad altro, facendo emergere un profondo senso di incompiutezza.

Ed è proprio sotto il segno di questa incompiutezza che si sviluppano i racconti di Covacich: ben cinque di questi ruotano attorno al tema della paternità e della maternità mancatai miei non-figli»), così come gli «identikit» e i «ritratti» si preoccupano di mettere in scena personaggi alla ricerca di una loro vera e propria identità, come l’artista che viaggia per l’Europa in autostop in abito nuziale, interpretando un ruolo che non gli appartiene. A fare quasi da interludio troviamo poi altri tre racconti, che figurano sotto l’etichetta di «nevrosi anaerobica», dove Covacich, in un tributo al grande aedo triestino della nevrosi contemporanea, Italo Svevo, riporta con grande originalità i pensieri e le considerazioni di atleti e sportivi, che nello smaltimento di calorie finiscono per oggettivare la loro stessa solitudine. Lo stesso si potrebbe dire delle due «favole per bambini vecchi», dove l’autore, attingendo dall’immaginario fiabesco due immagini-chiave (il cuore e il lupo), mette in scena due racconti quasi allegorici sulla contemporaneità, mettendo al riparo il lettore da qualsivoglia lieto fine.

La struttura compositiva e tematica, dunque, così come i contenuti, partecipano ad un’efficace rappresentazione complessiva della società e dello spirito contemporaneo, pur trattenendosi da qualsiasi pretesa “naturalistica”: l’Italia raccontata da Covacich è molto più simile all’Italia di fine anni ’90, che a quella degli ultimi anni. Forse è proprio per questo che l’autore stesso ha presentato l’opera come una continuazione ideale della sua opera d’esordio, Anomalie, uscita per Mondadori nel 1998. Oltre al caso di Pippa Bacca, infatti, trovano spazio nel romanzo anche il delitto di Cogne e i colpi di Unabomber, nonché la vita pre-papale di Karol Wojtyla – tutte immagini tratte da un’attualità che poi così attuale non lo è più.

E allora cosa rende così attuale l’opera di Covacich? Una sola cosa: la Voce. Oltre a calare interamente se stesso nello scrittura, Covacich è un autore che prende per mano il lettore e lo accompagna in «sala macchine», come ha affermato recentemente in un’intervista. La componente autobiografica infatti è preponderante all’interno dell’opera, seppur sapientemente camuffata. L’autore dunque non solo si rivela parte integrante e oggetto d’indagine di quell’unico flusso di pensieri, ma se ne presenta anche come il punto di origine, l’epicentro – epicentro che, partendo dal Presente, si può permettere di muoversi liberamente avanti e indietro lungo l’asse temporale dello Stivale, soffermandosi ovunque ci sia qualcosa che attiri la sua attenzione, specie quelle “anomalie” che, pur essendo al di fuori di ogni rappresentazione statistica, possono rivelarsi più esplicative di molte immagini “ordinarie”.

Un’opera eccezionale, unica nel panorama nazionale, che nella sua disinibita incompiutezza riesce a raccontare molto di più di quanto non voglia.

 

Commenti su Facebook