Les amis de la societé anonyme des artistes: Renè Magritte e Paul Delvaux

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Immaginatevi un salotto stile anni venti descritto da Scott Fitzgerald, dove una sera di fine novembre si danno appuntamento Renè Magritte e Paul Delvaux. L’occasione è il compleanno del primo ma ben presto si trasforma in altro. Il pittore belga, pipa alla bocca, racconta di aver osservato qualche giorno prima il dipinto Canto d’amore di Giorgio de Chirico e di esserne rimasto misteriosamente attratto, tanto da voler conoscere più a fondo questo “surrealismo” italiano. L’amico, ordinato un doppio whisky, chiede il motivo di tale interesse.

«Non avendo tu l’opportunità di vederlo, cercherò di descrivertelo a parole. Figurati una piazza nella quale sono esposti la testa di una scultura classica ricordante l’Apollo del Belvedere, un guanto di gomma rosso appeso a un chiodo e una palla di stoffa verde; insomma, tutti oggetti privi di relazione uno con l’altro, ognuno di essi totalmente sproporzionato rispetto agli edifici sullo sfondo. Persino i colori e i chiaroscuri risultano antinaturalistici, eppure quel volto immobile prostrato dinanzi a chissà quale pianeta, il cielo terso, la nuvola fiera e schiva sullo sfondo, e quelle rotolanti schiere di ombre in primo piano richiamano in me certe rappresentazioni del dormiveglia, dove d’improvviso la mia mente repentinamente creativa riesce nell’ideazione di nuovi oggetti, ne trasforma di noti mutandone la materia – prova a pensare per esempio a un cielo di legno e a una mela incredibilmente verde in primo piano! -, la luce che pervade in modo onnisciente la scena e la dipinge distrattamente».

«Sai cosa mi fai venire in mente? Alcune parole che lessi qualche anno fa, di un tale Franz Kafka: “La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità: vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro, mi sono rimaste nella memoria. Continuo a chiedermi cosa sia questa verità e come sia possibile rappresentarla”. Ciò che è importante, per la mia pittura, è quello che essa mostra. Io ritengo essenziale scoprire come mai il mondo possa interessarci profondamente. Ora, il mondo ci interessa profondamente in conseguenza del suo mistero. Forse questa è la verità, e non potrà mai escludere una parte recondita» dice Magritte.

Al bar con Renè Magritte

«Parli quasi come Schopenhauer» interviene Delveux «Dunque pensi anche tu che vita e sogni facciano davvero parte dello stesso libro? Forse lo credo anch’io. A questo proposito, sono giorni che continuo a figurarmi quasi ossessivamente la stessa immagine, non del tutto irrealistica ma nemmeno completamente razionale. C’è una ragazza, indossa un abito rosso, si trova in una stazione, è notte fonda e una luce blu ha ricoperto tutto, è ovunque tranne che in quella stazione. Sulla destra c’è una finestra illuminata e davanti a lei la luna, che proietta intorno a sé, ben inciso solo lì in quella stazione perché tutto il resto del mondo in questo momento sta dormendo, una luce profonda.

La giovane ne è come attratta, forse anche il treno che sta andando proprio in quella direzione, ma il paradosso è che noi non sappiamo nemmeno chi sia lei nè se possiamo identificarci con questa! Infatti riesco solo a vederne il colore vivo dell’abito e dei lunghi capelli dorati che avanzano verso un muro bianchissimo, ma il volto non riesco proprio a metterlo a fuoco. Sono giorni che mi sforzo, forse dovrò lasciarla di schiena».

Al bar con Renè Magritte«Magari non vuoi che si giri e ti guardi, che venga incontro a te e alla la cornice della tua opera, forse vuoi davvero che si diriga verso quel polo misterioso con destinazione chissà dove, se c’è un dove. Sai, l’uso del blu, la figura di schiena li ho usati anche io in una delle mie prime opere, “Il matrimonio di mezzanotte”» dice Magritte «Ah, e che caso, è mezzanotte! Sai, quando dipinsi quest’opera era davvero appena iniziato il nuovo giorno, e mi sentivo inquieto. Inquieto riguardo al futuro o forse in generale irrequieto e dubbioso sul mio modo di affrontare le cose, infatti non è un caso che il volto di uomo che ho disegnato sia girato e se ne scorgano solo i capelli castani. Gli ho posto vicino uno specchio, che però, essendo appunto egli girato, non può scorgere.

Anche quest’uomo è proiettato verso l’indefinito, nel mio caso una sorta di bosco che forse può essere paragonato alla tua luna, ne è inspiegabilmente attratto. Potrebbe rifiutare la sua consapevolezza di non conoscere il modo adatto per affrontare i problemi del presente o forse semplicemente gli serve un appiglio lontano da esso, nel fantastico e nell’ignoto, comunque mantenendo sempre un ponte con il mondo reale. Penso di aver rappresentato questa finestra tra il concreto e l’astratto nel manto di riccioli biondi proiettato verso lo spettatore, non definito nel volto perché indeciso ancora su dove stare per sempre».  «Un altro, grazie!» ordinò Delvaux al cameriere.

Lo stesso 21 novembre di parecchi anni dopo, Michel Foucault si sedette in quello stesso bar a quello stesso tavolino. L’ambientazione era cambiata, certo, ma il whisky lo servivano ancora, così ne ordinò uno. Estrasse il taccuino e continuò a scrivere “Ceci n’est pas une pipe”, un saggio sul maggiore esponente del Surrealismo belga. Davanti a sé un catalogo con l’elenco delle sue opere, tra cui un inquietantemente wertheriano  Il matrimonio di mezzanotte e La condizione umana. Rimase un po’ a fissare quegli elementi, li penetrò talmente che non si accorse dell’arrivo del cameriere con il bicchiere, e solo quando ne riemerse realizzò di esservi quasi caduto dentro, in una sorta di vertigine sognante.

«La somiglianza comporta un’affermazione unica” scrisse di getto “sempre la stessa: questo, quello, quell’altro, è tale cosa. La similitudine moltiplica le affermazioni differenti, che danzano insieme, appoggiandosi e cadendo le une sulle altre». E così cercare di dare un nome alle cose che si conoscono diventa quasi impossibile, «il testo di Magritte è doppiamente paradossale» pensò «Si propone di nominare ciò che, evidentemente, non ha bisogno di esserlo (la forma è troppo nota, il nome troppo familiare). Ed ecco che nel momento in cui dovrebbe dare il nome, lo dà negando che sia tale».

Come quella volta che aveva cercato di dare un nome a quel sogno, o alle sensazioni di quanto si ricordava di questo, leggendo un’opera di Sigmund Freud. Sapeva cosa aveva provato, riconosceva gli oggetti e i personaggi della sua rappresentazione, ma, aveva riflettuto, non era certo di cogliere del tutto il significato del sogno, come se ci fosse qualcosa oltre quelle immagini, oltre quei volti, addirittura superiore all’azione di pensare quelle immagini e quei volti, come ad ammettere la presenza di registro che muove i fili e decide sia quando dare inizio allo spettacolo sia quando calare il sipario. “Che cosa bisogna intendere, dunque? Forse che l’uomo, staccandosi dal tendaggio, lascia così vedere, spostandosi, ciò che stava guardando quando era ancora confuso dietro alle pieghe di questo?”

A cura di Isabella Garanzini

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