LA MORTE BALLA SUI TACCHI A SPILLO

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A cura di Francesca Bonfanti

La morte che balla sui tacchi a spillo balla anche sul filo sottile della risata, con un equilibrio da trapezista. Lo fa al Teatro Libero dal 27 gennaio all’ 8 febbraio.

Balla nel salotto di una casa della campagna siciliana, una Sicilia degli anni ’60, dove al frinire delle cicale e alle luci di scena che ci ricordano ormai lontani solleoni estivi si accostano leggeri tocchi di ambientazione storica, brevi battute che rompono quella calma piatta e ancestrale dei paesini di Sicilia dipinta così bene dalla penna degli Sciascia di turno. Così, veniamo a sapere, mentre si svolgono i nostri fatti, o meglio i nostri equivoci in tacchi a spillo, che Kennedy è stato ucciso da un anno, forse aveva un amante bionda, o forse no; che dalla vecchia radio presente in scena iniziano a sentirsi band che non faranno certamente strada, forse i Beatles; e che iniziano a esserci falle nello scorrere dell’apatia politica regionale, con i primi “compagni” che si mostrano coraggiosi per le strade, suscitando la paura di Donna Tanina, regina solitaria del palcoscenico, interpretata da una Silvana Fallisi che tiene viva l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico con una comicità tutta dialetto, proverbi (“futti futti ca Dio perdona tutti” ci tiene a ricordarci) e fisicità. C’è qualcosa di tradizionale quindi, il salotto borghese, la veglia per Comare Vituzza, la defunta padrona di casa, e qualcosa che invece insidia tutto questo: il disordine disonorevole per una buona massaia, i vestiti poco adatti al ben pensare comune e all’età di Vituzza, l’assenza di un qualche d’uno al di fuori di Donna Tanina per questa veglia da organizzare e di cui nessuno sembra aver avuto notizia. L’inusualità della situazione viene allo scoperto piano, come la polvere che si fa vedere solo man mano che si alza il tappeto, mentre lo spettatore può godere della simpatia e agilità del testo e della recitazione.

La commedia di Michela Tilli, per la regia di Corrado Accordino strizza un occhio ai più collaudati giochi degli equivoci teatrali, ammiccando con l’altro anche al bonario Don Camillo di Guareschi, ogni qualvolta che la nostra Tanina parla con il suo amico Salvatore (in quale altro modo poteva una siciliana apostrofare Gesù?), silenzioso crocifisso co-protagonista sul palcoscenico. Il finale è un guizzo di gelosia femminile, un’eco di otelliana memoria, ma con lacrime che si trasformano in risate; una rivalsa verso questa Vituzza che tanto amica di Tanina in fondo non era.

Astenersi giudizi morali, in amore (a teatro) tutto è concesso!

“Futti futti, ca Dio perdona tutti”

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