“Malato durante un viaggio –
sui campi riarsi i sogni
vanno errando”

Non è necessario parafrasare, ognuno può immaginarlo. Pensare a quello che vuole, è chiaro, non ci sono giusto o sbagliato in questa visione di Matsuo Basho, chiamata haiku. SI tratta di un componimento poetico composto da tre versi, che conobbe la sua massima espressione nel periodo Edo (1603-1868). In ogni haiku è presente una parola chiave a indicare la stagione, così che generalmente “ciliegi” richiamala primavera, “lucciola” l’estate e“neve” l’inverno, oltre che riferimenti ai fenomeni celesti, a quelli terrestri, agli eventi, alla vita umana, agli animali e alle piante. Se vi recate alla mostra dedicata a Katsushika Hokusai presso Palazzo Reale a Milano, vi sembrerà di vivere perennemente dentro un haiku, ognuno diverso per tema, e stagione, ma unico nel suo stile. L’artista giapponese usava realizzare le sue composizioni, in genere su commissione di privati, per occasioni speciali (biglietti augurali, inviti a concerti o spettacoli teatrali, raduni poetici o cerimonie del tè), in formati di piccole dimensioni unendo pittura e calligrafia, dando vita a quelli che si chiamano surimono. Soggetti principali si rivelano il monte Fuji, le cascate, i paesaggi, i ponti.

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Trasportati in una dimensione simile, la mano di Utagawa Hiroshige parla anch’essa di cascate, ma con un tratto più leggero e dettagliato, e inoltre, cambiando tema, ci trasporta nelle stazioni postali, sedi di riposo dei pellegrini in cammino, viandanti che usavano gli haiku quasi come diari di viaggio. Il movimento, dunque, è l’anima di tutto.

Dinamismo non tanto fisico quanto richiamante una dimensione spirituale che sottende ogni azione, elemento o mossa, che trova espressione anche nelle figure quasi avvinghiate di Kitagawa Utamaro, terzo artista della mostra, che con i suoi personaggi dagli occhi a mandorla e la carnagione pallida che si osservano e pare si leggano l’anima andando oltre le acconciature e i kimono rosati, sembrano voler comunicare l’intento di andare oltre le linee del dipinto, per culminare in uno sfacciato e libertino erotismo che gode di vita propria.giappone-utamaro1

Dinamismo ovunque, dunque, che culmina nella sala centrale con “La grande onda”, dove Hokusai ritrae l’intricante vortice di tre forze che si incontrano e scontrano e, nell’urto, collidono e gridano e sprigionano forze sacre tra di loro. L’onda blu di Prussia, le due imbarcazioni che lottano contro la marea e, sullo sfondo, lo strategicamenteonnipresente e statico monte Fuji, come a ricordare che ad esso non si sfugge quasi fosse una presenza archetipica, sono le tre divinità del momento. Quale spirito avrà la meglio, quale potenza vincerà questo scontro e si ergerà sovrana?

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Esplosione di energia della semplice e nobile natura, entro la quale gli uomini viaggiano muovendosi tra celebri ponti arcuati o trovano pace come antichi eroi all’ombra dei rami di un pesco, o fantasticano come Narcisi negli specchi egoistici dei propri riflessi osservati nello specchio di una cascata. Il bisogno pare essere, in un modo pacato così distante dai modelli frenetici e tutt’altro che fluttuanti cui siamo abituati, quello di cercare e parlare con i propri angeli custodi e scovare i demoni nascosti nella propria sacca.Un senso di onirico pervade ogni rappresentazione, andando oltre le diverse tecniche e i colori più o meno accesi: come in un sogno, la vita sembra suggerire di doverla interpretare, pur sapendo che la verità non ci apparterrà mai realmente del tutto, perché un velo di magia circonderà sempre qualsiasi oggetto, persona o fantasma di ogni singola esistenza.

Sembra vederla alla stessa maniera un nostro contemporaneo, Makoto Shinkai. Quarantaquattrenne di Nagano, affermato regista, ha sbancato i botteghini giapponesi nel 2016 con il film“Your name”, arrivando a livello di incassi secondo solo a “La città incantata”, capolavoro del maestro HayaoMiyazaki. Non su tela ma sullo schermo, due schizzi impazziti che sembrano balzati fuori da un libro di HarukiMurakami, sono i protagonisti del film, i quali si trovano a vivere la vita dell’altro non appena si addormentano. Ognuno dei due scopre un mondo nuovo, rispettivamente l’esistenza in campagna e a Tokyo, ed è estasiato e attonito come in una nostalgica poesia haiku (“Quali dita toccheranno in futuro quei fiori rossi?”). I protagonisti decidono di provare a vedersi, almeno una volta, ma la domanda è: cosa significa incontrarsi? Basta osservarsi di persona, o c’è qualcosa di più che lega due anime? Ma soprattutto, è una casualità che nella vita si conoscano certe persone in un dato momento o c’è qualcosa che va oltre, magari un filo rosso che collega da sempre due animi simili o due opposti, che come lo ying e lo yang sono destinati a incontrarsi, ma chissà se ci riusciranno mai veramente?

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A cura di Isabella Garanzini

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