LA FEROCIA: UNA TRAGEDIA CONTEMPORANEA

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A cura di Nicolò Valandro

Si sono dette molte cose su La Ferocia di Nicola Lagioia (Einaudi), forse troppe, ma pochi, fatta eccezione per l’autore stesso, hanno ammesso che si tratta di un romanzo “complesso”. Anche i lettori più navigati potrebbero rimanere incagliati in un passo oscuro, difficilmente decifrabile, rimanendone scioccati e magnetizzati allo stesso tempo, con il rischio, sempre più diffuso in un periodo di stanchezza letteraria come il nostro, di abbandonare la lettura del romanzo dopo poche pagine, senza lasciare il tempo all’autore di proferire l’ultima parola. In certi punti l’autore sembra voler sovvertire persino la consolidata consuetudine editoriale secondo cui dovrebbe essere lo scrittore a voler invogliare il lettore a proseguire la lettura, e non il contrario. Ma non è di certo la leggibilità a rendere il romanzo di Lagioia un’opera complessa, con tutte le sfumature che questo aggettivo comporta.

Dalle prime pagine il lettore si troverà infatti immerso in una Puglia notturna e selvaggia, in cui lungo la statale procede zoppicando Clara Salvemini, nuda e ricoperta di sangue, in procinto di suicidarsi gettandosi dal cavalcavia, come lascia intendere il romanzo. Sarà il presunto suicidio di Clara a mettere in luce le correlazioni dirette e indirette che collegano il destino della figlia del potente magnate dell’edilizia, Vittorio Salvemini, alla depravazione e corruzione dei salotti-bene, dove persino l’esercizio stesso della giustizia è piegato all’uso cinico del potere e dove gli stessi rapporti familiari sono tenuti saldi dalla violenza insensata che avvicina vittima e aguzzino, tigre e agnello – per citare Blake, ripreso dallo stesso Michele, fratello di Clara. È in questo ambiente, dove gli spettri domestici e le colpe dei padri avvelenano e al tempo stesso costituisco l’energia vitale dei rapporti familiari, che si svolge la tragedia de La Ferocia.

Tralasciando la varietà di forme che attraversano il romanzo (si passa dal romanzo familiare, caposaldo della tradizione meridionale italiana, al romanzo psicologico, in cui vengono percorse le tappe che conducono il protagonista dalla follia alla salute, fino al giallo-noir vero e proprio, in cui tutte le pistole di Čechov esposte nella prima parte esplodono, facendo gorgogliare fuori tutta la verità), e tralasciando anche la struttura a spirale della narrazione (in cui l’autore torna più e più volte sugli stessi avvenimenti, sottolineandone certi aspetti secondo la prospettiva di quel o quell’altro personaggio, con un efficace effetto di scarto temporale, passando dall’uso di tempi storici ad un più immediato presente nei flashback, quasi a voler sottolineare la centralità del ricordo nella percezione del tempo), l’essenza della storia sembra permeata dallo spirito tragico: le colpe dei padri (ovviamente “aristocratici”) ricadono sui figli e su tutto il paese, per venir poi espiate dal discendente impuro della stirpe, Michele, il figlio nato da un rapporto extraconiugale, che come la più classica delle nemesi porterà alla rovina la famiglia Salvemini e alla liberazione (o quasi) del suo gioco sulla regione.

Come in ogni tragedia che si rispetti, il contro-canto ci viene offerto da un coro, che in questo caso è affidato alla voce dell’autore stesso, che ci riporta di volta in volta il suo giudizio sintetico su quanto sta avvenendo attraverso l’uso sapiente di immagini-simbolo di minuscoli animali, che nella loro lotta quotidiana per la vita ci mostrano la parte più ferina della natura umana (sembra quasi che la tradizione sofoclea si incontri con quella favolistica d’Esopo).

Ne consegue che lo stile adottato da Lagioia non può che orientarsi verso scelte decisamente inconsuete nel panorama letterario nazionale, optando per una sintassi sincopata, a volte persino singhiozzante, dove una frase può fungere da correlativo-oggettivo per quella precedente, pur rimanendo fedele ad una resa figurativa tendente al realismo isterico, fino quasi a sovraccaricare la narrazione in certi punti tanto renderla se non ampollosa, quanto meno oscura e non immediata. C’è da notare però, a discolpa dell’autore e in controtendenza a chi ha visto nelle “pecche stilistiche” del romanzo il suo punto debole, che Lagioia è perfettamente cosciente del registro di volta in volta utilizzato e snellisce via a via la narrazione, fino a farle raggiungere la giusta velocità di crociera verso la parte conclusiva del romanzo, come a voler sottolineare che l’aumentata velocità discorsiva è segno di un’inevitabile, rovinosa, caduta finale.

Per quanto concerne i protagonisti di questa tragedia contemporanea, il vero merito di Nicola Lagioia è l’aver tratteggiato le figure dei personaggi minori con un’attenzione quasi maggiore di quella riservata a personaggi principali: il giornalista Giuseppe Greco ossessionato dal ricordo di Clara, il fratello maggiore Ruggero, il primo fidanzato di Clara e tossicodipendente Giannelli e molti altri costellano l’universo de La Ferocia espandendolo e vivificandolo, avvicinandolo molto a quella definizione di libro-mondo che alcuni hanno attribuito al romanzo. Certo, anche i personaggi principali hanno un loro volto e una loro personalità, ma spesso appaiono quasi bidimensionali o comunque ancorati alla loro funzione narrativa, come Annamaria, moglie di Vittorio, o Gioia, sorella di Clara. Con maggior forza risaltano i due protagonisti, Clara e Michele, che si impongono sulla scena in due modi totalmente differenti: se Clara da un lato è la “grande assente” del romanzo, vivendo infatti solo nei ricordi (spesso contraddittori) di chi l’ha conosciuta, accumulando su di sé la figura della Laura Palmer lynchiana, della femme fatale più canonica e dell’Angelica ariostesca, desiderata da tutti, posseduta da nessuno, Michele si configura invece come una presenza ingombrate per la sua stessa famiglia, vero elemento perturbante del romanzo, capace di far crollare il precario equilibrio della famiglia Salvemini solo con il suo ritorno a Bari (lui, l’eterno escluso!).

Come emerge da questa breve analisi, è evidente che La Ferocia non sia un romanzo da ombrellone, né tantomeno un romanzo che si è conquistato il Premio Strega “solo perché pubblicato da Einaudi”. Molto di questo romanzo rimane sommerso, come d’altronde le ragioni della stessa “ferocia” che sembrano accompagnare l’esistenza dell’uomo sulla Terra e che questo romanzo rende con una certa insistenza. Di certo non si tratta nemmeno di un romanzo “perfetto” (ammesso che abbia senso un’affermazione di questo tipo) o privo di difetti, ma sicuramente rappresenta un unicum nel panorama nazionale contemporaneo, che per la sua stessa unicità e complessità sembra quasi destinato a non aver successori e a rimanere incastrato nella storia letteraria del nostro Paese come un oscuro monolite nella pianura, a ricordarci della ferocia insensata dei nostri tempi e dei suoi stessi limiti.

 

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