La dodicesima notte @ Teatro Franco Parenti

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Si parla sempre di come il teatro, attraverso la catarsi e così via, sia in grado di far comprendere allo spettatore il proprio animo (di vedersi interpretato, per così dire). Ma credo che questa interpretazione di sé possa partire anche molto prima, nel momento in cui si sceglie dalla proposta dei vari cartelloni dei teatri un determinato spettacolo piuttosto che un altro.

Esempio: io, come chi legge Vox forse ha notato, vado a vedere soprattutto classici, possibilmente rivisitati. Cosa dice questo di me? Forse che sento di avere ancora troppe lacune nella mia formazione, forse che mi piace scoprire come diverse menti leggono in maniera differente la stessa fonte classica. Sta di fatto che sono di nuovo qui, di nuovo per parlarvi di un autore del Canone – anzi, volendo dare ragione a Bloom, è L’Autore, con tutte le maiuscole del caso: trattasi, infatti, di William Shakespeare e de La Dodicesima Notte, che è andata in scena al Teatro Franco Parenti.

Celeberrima commedia degli equivoci, in cui pochi sono chi dicono di essere e molti si innamorano di persone che in realtà non esistono, è una commedia classica nell’espediente e, per quanto riguarda questa rappresentazione, anche nella messa in scena, che si mantiene fedele al suo spirito brillante, riuscendo così a non far mai diventare prevedibile la storia, benché arcinota. Il testo, essenzialmente rispettato, prende davvero vita attraverso gli attori, pur mantenendo un che di artefatto – e non lo si intenda in maniera negativa – che ben si sposa con la recita che molti dei personaggi portano avanti all’interno dello stesso spettacolo.

dodicesima notte carlo cecchi

Viola sopra tutti – portata in scena dalla fresca interpretazione di Eugenia Dubini – che indossa i panni di un giovinetto; ma anche Malvolio, il capocomico Carlo Cecchi (che certo non necessita dei miei complimenti, ma io glieli faccio lo stesso), che si traveste e sorride credendo di poter conquistare così la contessa Olivia, oppure sir Toby Belch e Maria, che fingono per i propri fini, e Feste, il buffone, che – come spesso capita in Shakespeare, nel teatro tutto, nella vita – è il più sano di tutti eppure (o forse proprio per questo) accetta il ruolo di folle.

A proposito di Feste, molti applausi e risate li ha strappati Dario Iubatti, ottimo interprete del buffone e partecipe di una componente molto importante e riuscita dello spettacolo, ovvero la musica: diegetica, ben presente e visibile anche grazie ai musicisti a lato del palco, ha potuto godere dell’apporto, appunto, di Iubatti, che suona il clarinetto e canta (molto bene) in scena.

Altro mattatore è stato Loris Fabiani, ovvero sir Andrew, pretendente di Olivia: con una comicità che parte prima di tutto dalla voce, e poi si spande ai movimenti disarticolati, ha strappato diverse grasse risate al pubblico, compresa la sottoscritta. In questo è stato aiutato anche dall’ottima scelta scenografica di porre una piattaforma rotante sul palco: le entrate e le uscite di scena sono così molto fluide nel caso di personaggi come il duca Orsino e la contessa Olivia, e molto divertenti per quanto riguarda, appunto, sir Andrew e la compagine che l’accompagna.

Il Franco Parenti, dunque, si conferma palcoscenico perfetto per chi, come me, ama affrontare i classici, con la certezza di trovarsi sempre di fronte a un’interpretazione interessante, talvolta non sviluppata puntando all’innovazione o a uno sguardo forzatamente contemporaneo, ma portata in scena sempre rispettando le fonti e gli autori di partenza, per restituire al pubblico uno spettacolo che si è felici di aver potuto vivere e vedere.

A cura di Camilla Pelizzoli

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