LA DERIVA GENOVESI

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A cura di Elisabetta Lisa

Quello che ho provato subito dopo aver letto “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi è un profondo senso di costernazione, seguito da sbigottimento, frustrazione e rabbia. Dal momento che in questa sede mi è ancora data l’opportunità di contribuire a evitare che voi lettori incappiate in cantonate libresche, mi ripropongo di essere il più sincera e brutale possibile, affinché simili nefandezze letterarie non abbiano l’opportunità di spandere i putridi olezzi di cui si compongono sulle vostre giovani coscienze. Questo romanzo ha l’avverso merito di contenere tutte insieme le brutture di cui la letteratura italiana pare caratterizzarsi nell’ultimo decennio, totalizzando un jackpot di turpitudini impensabile anche per le menti più eclettiche. Come sia riuscito Genovesi in quattro anni di dubbia fatica a produrre una tale sciorinata di qualunquismi e dabbenaggini, a raggiungere il quarto posto al Premio Strega e a ottenere risonanza e plauso da gran parte della critica italiana, resta per me tutt’ora un mistero.

E’ la Versilia invernale e perciò squallida a ospitare la petite comédie humaine di cui si sta parlando, raccogliendo tra le sue viottole deserte la poca umanità che sopravvive nelle località turistiche quando i villeggianti, con il loro ciabattare, i loro soldi e il loro frastuono, fanno ritorno in patria, calando il sipario su un universo che pare esaurirsi , almeno per i non stanzianti,  nella sua funzione ricettiva. Location perfetta dunque per un pool di personaggi che tale desolazione mimano, in un andirivieni di ammiccanti stranezze, ingiustificati primati, insuccessi scontati. Che i personaggi di Genovesi stiano cercando di descrivere i tipi umani contemporanei è chiaro fin dalle prime pagine, e nessuno osi sentirsi escluso sia chiaro. La democraticità dell’autore si spinge a vette impensabili, permettendo al lettore di ravvisarsi se non nel quarantenne sfigato che vive ancora a casa dei genitori, nella rampante e affascinante parrucchiera, un po’ sciocchina ma tanto tanto pratica e molto sfortunata in amore o, ed è qui che la solidarietà piaciona raggiunge l’acme, nella bambina albina stralunata, che alterna fasi di lucidità frizzante a catatoniche pose plastiche.

Una volta rastrellato il fondale dei tipi umani, l’autore in un guizzo d’originalità, ha deciso che il linguaggio dovesse inevitabilmente plasmarsi ai personaggi, ed è qui che ci si inoltra in una fitta selva di corrispondenze approssimate, mal riuscite, ferocemente scarse. Voci scontate quelle di Genovesi, casse di risonanza di una desolazione umana che invece di librarsi tra le pagine del libro, invece di ottenere ascolto e diventare materia di una giusta trattazione, risulta smorzata in una moltitudine di atteggiamenti fastidiosi e presumibili. La crisi economica di cui sentiamo parlare fino alla nevrosi, il dolore di un individualismo esasperante che pare aver conquistato ogni coscienza, la solitudine degli emarginati, la morte, tutto questo viene accumulato indefessamente dall’autore, che a testa bassa deprezza tutto, svilendo la grandezza di argomenti che andrebbero trattati con più oculatezza, con maturità avveduta, qualità di cui chiaramente l’autore in questione è del tutto sprovvisto. Ogni cosa si appiattisce nello stridore di frasi scontate, di metafore becere gettate nel racconto senza soluzione di continuità, di dialoghi da bancarella, credendo quasi di trovarsi a soddisfare facilmente una platea credulona e compiacente.

Non posso credere si sia giunti a un tale livello di appiattimento del giudizio da pensare che questa sia l’unica letteratura possibile e auspicabile. Sono stanca di veder continuamente alla ribalta autori da ombrellone che, nella migliore delle ipotesi, potrebbero declinare la loro presunta attitudine alla scrittura nel confezionamento di biglietti d’auguri. E’ impensabile che il premio letterario più importante d’Italia si abbassi a pubblicizzare e premiare il decesso della letteratura nostrana, stavolta mirabilmente interpretato dall’autore toscano. Concludo rifacendomi al titolo del romanzo, l’interrogativo che avrebbe voluto essere il leitmotiv di tutto il libro. Ahimè non so ancora chi le mandi queste onde e non crediate che leggendo il libro il dubbio si sciolga ma, al momento, so solo che il contenuto delle stesse non promette nulla di buono.

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