L’Officina della Camomilla @ Spaziomusica (Pavia)

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Venerdì 28 ottobre, i ragazzi di Alabaster ci hanno voluto fare un regalo grande: sono riusciti a portare per la prima volta sul palco dello Spaziomusica di Pavia LOfficina della Camomilla, una delle band che per prime hanno fondato e allo stesso tempo cavalcato l’onda della nuova scena indipendente italiana, e che ancora oggi riescono a dominarla grazie ai testi dei brani, che vivono sempre attuali nel cuore di ognuno, come una magia. Per chi sa apprezzarne la bellezza, l’Officina è la giusta colonna sonora da avere nell’Ipod e con cui coccolarsi a ogni freddo d’ inverno, a ogni colore d’autunno e a ogni arcobaleno stinto della primavera.

Prima di scatenarsi e inziare a perdere ogni pudore con il proprio compagno di concerto, le fedeli adolescenti groupie che da un po’ di tempo affollano i sottopalchi dell’officina, e che da quando non ho più 17 anni osservo con un mix di invidia alternato a sarcastica ironia, dovranno pazientare ancora un po’ per i loro idoli perché in apertura ci sono i Liede, un gruppo indie rock rinato nel 2015 dalle ceneri di alcuni ritrovamenti di bozze di testi in lingua italiana scritti negli anni precedenti dal medesimo Francesco Roccati, 27 anni di Torino. Se vi state chiedendo che cosa vuol dire Liede, non fatelo, perchè non vuol dire nulla. O meglio, Liede potrebbe stare per due significati scoperti solo dopo la scelta del nome, ma questo non importa, perché Liede è Francesco, il ragazzo di Torino che canta e scrive canzoni e che ci invita tutti nel suo appartamento di 30 mq, e lo fa “sorridendo” – come il nome del suo ultimo singolo uscito il 17 novembre su Onda Rock che anticipa il lavoro dell’album in uscita a novembre per Costello’s Records.

Finalmente è arrivato il momento clou della serata, c’è tanta attesa, la sala colma di gente si fa sempre più piccola, il caldo e il sudore aumentano e, dopo il momento del cambio palco, capisco che ha inziato a suonare l’Officina dalle urla della gente, un po’ increduli di averli lì, a pochi centimetri di distanza. È sulle note di “Palazzina Liberty” che parte il viaggio della serata, sì, quello in cui l’Officina ci trasporta. È di fatto un trip che nasce da una sinestesia di immagini, colori, sensazioni unita alla combinazione perfetta delle parole dei testi che evocano un’atmosfera puerile familiare tra realtà e fantasia.

“Palazzina Liberty” è anche il nome dell’ultimo album scritto e prodotto interamente dal cantante Francesco De Leo. L’album rappresenta l’ultima conquista di un’altra tappa importante nel percorso della sua formazione: a raccontarcelo gentilmente è Loris, il batterista (precedentemente nei Nobody Cried for Dinosaurs, entrato a far  parte della nuova formazione creatasi verso settembre 2015 ) a cui abbiamo chiesto di spiegare cosa rappresenta questo ultimo disco. Loris narra che l’ultimo lavoro di De Leo, è sicuramente più intimo, dai toni più grigi e dai suoni più crudi e psichedelici, esso va inteso come una metafora di un viaggio, ovvero quello che Francesco de Leo compie negli ultimi due anni vivendo tra il triangolo di 3 città: Chiavari (terra natale) Milano, Torino. “Palazzina Liberty” è quindi concepito con un’altra logica, lontana da quella colorata in cui nasce ciò che poi diventerà la trilogia di “senontipiacefalostesso”.

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La serata continua sullo scivolo di canzoni del nuovo e vecchio disco, vengono suonate “Agata Brioches”, “Charlotte”, “Lulù devi studiare Marc Augè”, “Morte per colazione”, “Dai graffiti del mercato comunale”, “Un fiore per coltello” (ed io torno ad avere 15 anni) , “Nazipunk”, “Piccola sole triste”, “Città mostro di vestiti”, “Ex-Darsena”, “Penelope”…e la chiusura con l’immancabile “La tua ragazza non ascolta i Beat Happening”.

Ogni volta che finisce il concerto dell’Officina ci si ritrova sempre un po’ malinconici dell’esperienza appena vissuta, la stessa malinconia che ci porta la mattina dopo a guardare i video e le foto di quella figata a cui abbiamo assistito la sera precedente.  Si può andare molte volte a un loro concerto ma ogni volta è sempre come fosse la prima, in un modo o nell’altro ci si rinnamora sempre, e chi li segue da un po’ sa di cosa sto parlando . È difficile descrivere cosa sia l’Officina, ognuno ha la propria interpretazione e questa è il mattone che costituisce l’essenza del progetto stesso. La capacità di Francesco, ragazzo che sembra vivere perennemente sospeso in uno spazio di non tempo e non luogo, sta sicuramente nel saper rendere in musica una condizione psico-geografica, e far sentire un po’ nostre le sue canzoni.

A cura di Federica Calvo

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