Mirko Sabatino è uno scrittore.
Affermazione apparentemente scontata dal momento che il suo primo romanzo, L’Estate muore giovane, è appena stato pubblicato.
Ma ciò che rende Mirko Sabatino uno scrittore è la capacità di insinuarsi nella vita, tra le sue pieghe ruvide, per spiegarle con delicatezza, senza risentimento per l’asprezza del destino, falce crudele.
Mirko Sabatino è uno scrittore perché alla fine del romanzo non siamo più gli stessi di quando abbiamo iniziato a leggere: qualcosa dentro di noi si rompe e finiamo per domandarci se per quella rottura esista riparo, esattamente come succede ai giovani protagonisti del romanzo.

E’ l’estate del 1963. “Quell’anno i Beatles varcarono la soglia degli Abbey Road Studios e tredici ore dopo consegnarono al mondo il loro primo LP, papa Giovanni XXIII morì dopo quasi cinque anni di pontificato e tre giorni di agonia, Martin Luther King annunciò all’America che aveva un sogno, John Fitzgerald Kennedy perse la carica di presidente e la vita a bordo di una limousine, una frana sollevò un’inondazione che cancello dall’Italia Longarone e i suoi abitanti. Ma tutto questo succedeva sui giornali, alla radio e, per i pochi che ce l’avevano alla televisione: ciò che accadeva nel mondo, per noi, erano i vicoli del nostro paese.”

Primo, Damiano e Mimmo sono tre amici di dodici anni, inseparabili, legati da un patto e dai diversi drammi familiari di ognuno. Vivono in un paesino alle pendici del mondo, una località pugliese nel Gargano, che si svela piano piano davanti a nostri occhi, attraverso le strade che dalle loro case conducono alla sagrestia, alla piazza e poi alla scogliera, il loro rifugio segreto.
La vita scorre ai margini, fatta di lotte di strada, episodi cruenti che troppo presto strappano i giovani alla loro giovinezza e si dispiega con la sua forza più violenta.
Il clima del sud Italia, scandito dai ritmi lenti delle faccende quotidiane e dal suono delle campane delle messe domenicali, ricorda quello descritto da Elena Ferrante nel romanzo L’amica geniale,  dove su tutta la vita si stende un velo di precocità minaccioso , come una spada di Damocle perennemente sospesa sopra le teste degli abitanti e sempre pronta a cadere.

C’è un olezzo di drammaticità fin dall’inizio, ma ne abbiamo solo il sospetto, un vago sentore.  E quella tragicità, solo percepita, incastona con maggiore fermezza i ricordi felici, li tramuta in malinconia, e ce li rende indispensabili, come qualcosa a cui sentiamo di doverci aggrappare, qualora tutto precipiti.

La prima parte procede più lenta, tutto viene svelato, come scoperto per la prima volta, per poi correre irrefrenabile, crudo, spietato verso il finale.
Una delicata dolcezza attraversa il romanzo, la stessa che viene rubata, macchiata, annientata, svilita.
E il punto di forza della narrazione è proprio questo: descrivere una vicenda violenta, restando sempre delicato in ogni sua immagine, sacralizzando l’altare degli affetti, come nelle descrizioni della nonna:

“Le sue mani erano ruvide e sapevano di candeggina. Sapevano sempre di candeggina, le mani di mia nonna. Non ho mai dimenticato quell’odore. Per me è l’odore della dolcezza.”

O in una delle tante descrizioni delicate della piccola Viola:

Aveva spostato i lunghi capelli corvini sulla parte interna della spalla.
Al contatto col suo petto sembravano inchiostro rovesciato.”

La narrazione procede poi più rapida, spedita attraverso piccoli dettagli, angolazioni, che sono profumi, sensazioni, pensieri, immaginazioni, che sommati ci restituiscono un quadro completo e alla fine sembra non mancarci niente, tranne forse un pezzo di noi che viene rimosso e inizia a vagare da qualche parte sconosciuta, appena sondata, lasciandoci nudi, privi di difese.

Mirko Sabatino è uno scrittore perché, con ogni evidenza, è destinato alla sensibilità.

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