Killer in Red, il cocktail di Sorrentino

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Un misterioso cocktail, un iconico bartender in grado di prevedere il futuro, un’ammaliante “signora in rosso” e l’energia dei primi anni Ottanta: sono questi gli ingredienti di Killer in Red, cortometraggio scritto e diretto da Paolo Sorrentino per promuovere Campari.

Sviluppato su due diversi piani temporali, lo spettatore viene subito catapultato in un esclusivo bar di Los Angeles dove si narra la storia di Floyd (interpretato da Clive Owen), celebre e talentuoso barista i cui cocktail sembrano rispecchiare il carattere e il destino dei vari clienti: ordinare un Negroni significa che “stai per incontrare l’uomo che sposerai”, un Americano che “puoi ottenere ciò che vuoi, se sai giocare bene le tue carte”. In particolare questa sua virtù riesce ad attirare l’attenzione della moglie di uno dei più grandi produttori cinematografici di Hollywood, una donna sensuale (l’attrice franco-svizzera Caroline Tillette) che sembra nascondere intenzioni ben precise. Il finale è aperto, in linea sia con il cinema di Sorrentino che con la filosofia di Campari per cui ogni cocktail debba raccontare una storia.

Sin dalle prime scene è chiaro come il talento del regista partenopeo non si lasci spaventare dai pochi minuti a sua disposizione, circa 13 per la precisione. Le inquadrature presso che frontali danno la sensazione di assistere più ad uno spettacolo teatrale che ad un cortometraggio a scopi pubblicitari e le influenze del suo stesso cinema si possono cogliere in ogni passaggio. Sì, perché quando ci si trova davanti una folla di corpi danzanti in succinti abiti scintillanti sulla scia di una musica disco anni Ottanta in pieno stile Studio 54, non si può non pensare al sorriso sornione di Jep  Gambardella nella celebre scena d’apertura de La Grande Bellezza. Così come risulta difficile non notare la presenza dello “stereotipo sorrentiniano” di donna forte e sensuale (ben chiaro nell’interpretazione della Tillette), a differenza della figura dell’uomo che si lascia spesso abbindolare e trasportare dagli istinti più bassi. C’è poi un’altra costante che accomuna la maggior parte dei film di Paolo Sorrentino: stiamo parlando della piscina, presente anche in Killer in Red in veste di luogo del delitto.

Clive Owen, svestiti i panni di chirurgo che gli sono valsi il Golden Globe, offre un’interpretazione schietta e non banale evitando il rischio di sembrare l’ennesima star di Hollywood ingaggiata per pubblicizzare un noto marchio. Così come non sorprende che la colonna sonora, frutto di un’ormai quasi consolidata collaborazione con il compositore Lele Marchitelli, sia in grado di trasportare lo spettatore invece di recitare il ruolo di mero sottofondo accattivante. Il tutto è infine coronato da una fotografia smagliante, quasi da copertina patinata, che mette in risalto mille sfumature di rosso, il colore della passione, dell’omicidio e, com’è ovvio, del Campari.

Il bilancio finale è senza dubbio quello di un’opera degna di nota, consigliato agli amanti delle atmosfere noir, ma soprattutto a chi, in trepidante attesa della seconda stagione di The Young Pope, vuole consolarsi con l’ennesima piccola meraviglia firmata Paolo Sorrentino.

A cura di Martina Ramponi

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