Keith Haring @ Palazzo Reale

1187
Keith Haring @ Palazzo Reale

 “L’esperienza umana è fondamentalmente irrazionale. Io penso che l’artista contemporaneo abbia una                                                 responsabilità verso l’umanità: deve opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura.’’

 Keith Haring

Intorno al 1980 arriva, da Pittsburgh, in una New York artisticamente nuova e mai così attiva, colorata e densa di stimoli e ispirazioni, un ragazzo di poco più di vent’anni. È Keith Haring, che si porta dietro il sogno di diventare un grande artista, anche se ancora non sa bene come muoversi.

Iscrittosi alla SVA  (School of Visual Arts) per laurearsi in arte, lascerà gli studi dopo poco tempo, convinto di aver trovato un nuovo teatro e un nuovo pubblico: quello della streetart. Haring passerà, così, dalle aule dell’accademia alle strade del Chelsea District, ed è proprio in queste ultime che perfezionerà il suo stile, rendendolo dapprima riconoscibile, poi iconico.

Colori sgargianti o bianco e nero, nessuna via di mezzo. Personaggi stilizzati in intrecci complessi, significati profondi e tratti infantili trascinano chiunque guardi una sua opera in un limbo senza spazio e senza tempo, fatto di incertezze e prese di coscienza. È questa la sensazione, o meglio, la vasta gamma di sensazioni che si provano girando per le sale dalle pareti grigie di Palazzo Reale, osservando le 110 opere (quasi tutte provenienti da collezioni private) esposte.

 Keith Haring @ Palazzo Reale Keith Haring @ Palazzo Reale

Da sculture ad incisioni, da acrilici a gesso, da pannelli enormi a maschere africane. Quello presentato è un viaggio che porta lo spettatore ad immergersi nelle opere, a sviscerarle, a comprenderle fino al significato più profondo. In un labirinto di colori – sia materiale che interiore – si passa dai celeberrimi omini a natività fino ad arrivare a pale d’altare. Il sapiente accostamento con opere più antiche (si trovano riferimenti a Michelangelo, copie della lupa capitolina e di fregi latini, maschere africane e opere di Picasso) tesse una tela che trascina il visitatore avanti e indietro nel tempo.

Camminando ci si accorge della semplice complessità con cui il tratto di Keith Haring si impegna ora a ricreare, ora a distruggere il passato, disorientando e lasciando nello stesso istante un profondo senso di calma e ordine. È un approccio maturo, quello con cui Haring si rapporta al precedente artistico, alla musa ispiratrice. Approccio, che si concretizza nella ripresa delle forme geometriche elementari e dell’arte primitiva. Si instaura così un dialogo tra presente, passato e futuro, in cui si fondono l’horror vacui medievale e le stampe di Warhol, il cubismo e l’arte dei nativi americani, che coinvolge chi guarda, ponendo domande ed esigendo risposte. Un continuo “ mi riconosci?” sussurrato dalle opere, al quale viene quasi spontaneo rispondere “sì, ti riconosco”.  Ma la bellezza di questa mostra sta nel fatto che proprio quando si è sicuri di aver compreso, l’opera parla ancora e lascia lì, spiazzati.

 Keith Haring @ Palazzo Reale

Haring lascia così, in soli dieci anni di attività ( muore di AIDS nel 1990), un patrimonio inconfondibile e si fissa nell’immaginario collettivo con una forza e una prepotenza che solo i grandi nomi possiedono. E così come è stato ispirato dai suoi predecessori, anche lui partecipa alla creazione di una nuova visione del reale: intricata, criptica e innovativa pur individuando le sue radici in un processo creativo non poi così complesso.

Da non perdere, quindi, questa mostra che lancia lo spettatore nella New York degli anni ’80 e da lì in universi nuovi.

A cura di Mariarita Colicchio

Commenti su Facebook
SHARE