KEITH HARING E L’OMBRA DELL’AIDS

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A cura di Virginia Battaglini

“Il rosso è uno dei colori più forti. E’ come il sangue, colpisce l’occhio.”

 L’emblematico paragone di uno degli artisti contemporanei più famosi e apprezzati di tutti i tempi tra il suo colore preferito, quello che più ha usato, ed il sangue, ben si lega al triste epilogo della sua vicenda artistica e della sua vita. L’artista neopop e writer Keith Haring (4 maggio 1958 – 19 febbraio 1990) morì infatti due anni dopo aver dichiarato, in un’intervista al magazine Rolling Stones, di aver contratto il virus dell’HIV (la cui causa di trasmissione principale è proprio la penetrazione di sangue infetto nel circolo ematico di un soggetto sano), durante gli anni vissuti in una New York al “culmine della promiscuità sessuale”. Haring si inerisce in un cerchio della morte che annovera lo spaventoso numero di oltre 25 milioni di persone, uccise dalla patologia del sistema immunitario più temuta al mondo dal 1981 ad oggi; è stato inoltre uno dei primi personaggi pubblici colpiti e di conseguenza la sua battaglia, da lui stesso resa nota, fu una delle prime e più seguite di sempre. A pochi giorni di distanza dal 1 dicembre, ventisettesima giornata mondiale contro l’AIDS, l’evento mondiale annuale creato da un’apposita organizzazione interna alle Nazioni Unite, ricordiamo questo artista straordinario e tutte le vittime di una malattia di cui sappiamo ancora troppo poco e di cui ancora troppo poco si parla.

Artista innovativo, pioniere del graffitismo newyorkese insieme a Jean-Michel Basquiat e Richard Benson, Keith Haring rappresenta il padre di quella cultura di strada che tanto dibattito crea ancora oggi; iniziò ad esprimersi attraverso il linguaggio illegale dei graffiti nella metropolitana di New York, alla fine degli anni settanta, ottenendo da subito un’enorme popolarità per le caratteristiche figure colorate e semplificate, in stile pop. La visibilità che guadagnò fu tale da permettergli di esporre in grandi città come Tokyo, San Paolo del Brasile, Londra (1983) e di lavorare su illustri pareti: storiche (il muro di Berlino, su cui dipinse una serie di bambini che si tengono per mano nel 1986), “scomode” (un’opera polemica fu realizzata nel ghetto di Harlem, dove scrisse “Crack is wack” ovvero “Il Crack è una porcheria”) e addirittura sacre (nel 1989 il famoso murale “Tuttomondo” adiacente alla chiesa di Sant’Antonio a Pisa, dedicato alla pace; la sua ultima opera pubblica). Nonostante la morte prematura, a soli 31 anni, l’opera di Haring risulta ancora oggi molto apprezzata ed attuale, ed è stata oggetto di varie retrospettive organizzate anche in Italia (del 2006 l’ultima alla Triennale di Milano), ma forse il merito principale di questi lavori è la capacità che essi hanno di suscitare un’analogia con ciò che simboleggiano; senza volerlo, l’artista, con i colori sgargianti, la semplificazione e l’allegra componente infantile delle sue opere, si è fatto bandiera di un ottimismo che in quegli anni di incertezza e smarrimento è riuscito in qualche modo a stimolare il dibattito pubblico sulla malattia, e ciò ha favorito la ricerca permettendoci di arrivare al punto dove siamo oggi. Ancora, purtroppo, lontani dal trovare una cura, ma comunque forti dei passi avanti compiuti negli anni. E’ fondamentale ricordare che la malattia può e deve essere evitata in ogni modo possibile e che la prevenzione è l’unica arma sicura che al momento abbiamo per sconfiggerla; è inoltre necessario non considerare “prevenzione” ciò che intendiamo solamente in senso stretto, ma ampliare il concetto includendovi quello indispensabile dell’informazione. Per rispetto nei confronti di tutte le vittime causate dal virus durante i primi anni in cui iniziava a diffondersi, soprattutto nelle comunità omosessuali di tutto il mondo, perché l’ignoranza (il non sapere, appunto la disinformazione) di quel periodo ha non solo contribuito, ma favorito le loro morti, e nonostante l’azione di sensibilizzazione abbia ultimamente subìto un’impennata, gli errori del passato sono sempre dietro l’angolo ed è necessario non abbassare mai la guardia. Ridurre al minimo il rischio che a causa dell’AIDS il mondo perda non solo personaggi come Keith Haring, Freddie Mercury, Michel Foucault, Rudolf Nureyev, ma che in futuro questa malattia sia più un pericolo per nessuno.

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