JOY: J-Law salva (in parte) il mocio di O’Russell

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A volte è necessario prendere posizione: Joy è il miglior film sugli spazzettoni per pavimenti che sia mai stato realizzato. Certo, bisognerebbe capire come sia possibile che venga l’idea di produrre un film – e pensare che è pure un remake – su Joy Mangano alias colei-che-creò-il-Miracle Mop, quel mocio che si può utilizzare senza sporcarsi le mani per strizzarlo. A dirla tutta, si tratta di un’invenzione geniale che ha rivoluzionato la storia del settore, ma di certo non basta per far fare quel salto di qualità a David O’Russell, il quale, pur portandosi dietro il suo dream team Lawrence-Cooper-De Niro, già collaudato con Il lato positivo e quel disastro di American Hustle, si conferma figura di scarso rilievo del panorama registico attuale. Per la cronaca, alla triade di attori stavolta ha aggiunto anche Isabella Rossellini, giusto per festeggiare i 30 anni dal lynchano Blue Velvet, ma non è che la figlia di Ingrid Bergman lasci il segno più di tanto.

I feel free dei Cream apre uno spaccato non troppo gioioso e confacente all’idea di libertà: una donna oppressa da parenti insostenibili che la costringono a ritmi da capogiro. Tra figli da educare, ex mariti che vivono nel seminterrato, nonni separati con nuovi amanti e una madre che vive di soap opera, insieme a turni da esaurimento nervoso, non sorprenderebbe se ritrovassimo Joy costretta in una camicia di forza, condannata all’ergastolo o correre nuda urlando per le strade innevate di New York. D’altra parte è dai tempi di The Fighter che O’Russell ci aveva abituati a quei contesti famigliari traboccanti d’ansia, esasperati e un po’ grotteschi. Se non altro, almeno in questa fase, il risultato è lievemente apprezzabile e quasi innovativo.

Per il resto, il cineasta americano, reo di scarso coraggio, sceglie di basarsi su schemi consolidati che ben conosce, confezionando una storia ottimista, ricca di cliché affettivi palesi e irritanti che sfociano presto in una scontata descrizione del più tipico American Dream. Joy Mangano è infatti l’incarnazione del classico eroe americano che riesce ad avere successo, posto al centro di un melodramma in cui non mancano banalità strappalacrime versione l’ordinario che incontra lo straordinario o l’abusato parallelismo del taglio di capelli come cambio di vita (ma basta!). L’impostazione del racconto è quasi fiabesca, la regia spezzettata e la sceneggiatura, di certo non molto curata, non convince né dal punto di vista dei dialoghi né della narrazione sterna. Anche la vicenda da cui è tratta viene strumentalizzata – così come in Steve Jobs di Danny Boyle – dove la Mangano diventa un’amorevole anima desiderosa di prendersi cura di tutti, senza eccezione.

Nonostante questo, Joy riesce ad essere un film godibile, e, considerando il tema non proprio attrattivo – non so voi, ma la creazione di un mocio non mi pare così intrigante – persino riuscito. Il merito è soprattutto del cast, poiché al di là di un Robert De Niro sempre più insignificante nelle produzioni contemporanee, Bradley Cooper è sul pezzo in una parte da comparsa, ma soprattutto Jennifer Lawrence stupisce per una performance ineccepibile con cui si carica l’intera trama sulle spalle e riesce a sorprendere anche i critici più scettici. La chimica tra i due, poi, anche quando non indispensabile come in questo caso, si rivela sempre un punto di forza della coppia.

Il risultato è una commedia fortemente americana come tante altre, imperfetta e prevedibile ma non facilmente sdolcinata, che parla di sogni e caparbietà, di Usa, di imprenditorie e di donne, la quale, a condizione di essere vista senza particolari aspettative e accettando il fatto che a dirigerla sia O’Russell, potrebbe anche essere capace di colpire e di non annoiare. Ma anche il contrario.

A cura di Federico Lucchesi

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