Sono molti gli interrogativi a cui da voce E Johnny prese il fucile, adattamento del romanzo di Dalton Trumbo a cura della compagnia Fonderia Mercury. Un manifesto contro la violenza e la crudeltà umana, schierato in opposizione all’interventismo, in cui si guarda con occhi disillusi agli ideali, al sacrificio e all’onore, che perdono significato di fronte all’atroce vicenda di una vita spezzata.

È appunto la guerra il tema nevralgico di “E Johnny prese il fucile”; audiodramma portato in scena dalla compagnia Fonderia Mercury, per la regia di Sergio Ferrentino, al teatro Litta di Milano fino al 5 novembre.

Il protagonista è Joe, un giovane soldato americano che durante la Prima Guerra Mondiale viene inviato a combattere sul suolo francese e che vedrà la sua realtà sconvolta per sempre dall’impatto con una granata. Risvegliatosi in un ospedale del fronte alleato, gradualmente realizza di aver perso sia gli arti superiori che quelli inferiori, gli occhi, il naso e la bocca. Un tronco di carne è tutto ciò che rimane di lui.

Al suo vano tentativo di riacquisire un frammento di umanità tramite il contatto con l’esterno, si alternano flashback della sua vita precedente: l’illusione di un’esistenza felice con la sua “piccola irlandese” Kareen.

In E Johnny prese il fucile l ’agonia del protagonista è assorbita dallo spettatore grazie al sapiente utilizzo di un microfono binaurale, che permette una completa percezione di ciò che accade sul palco.

Se chiudiamo gli occhi è immediata la sensazione di straniamento, per cui siamo trasportati nella mente di Joe, di cui condividiamo ogni pensiero in una sorta di climax ascendente di sofferenza e disperazione, a cui si alternano momenti in cui, il vano e inatteso tentativo di aggrapparsi a qualunque cosa prende il sopravvento: lo scandirsi del tempo dettato dalle cure metodiche delle infermiere, il raggio di luce che riscalda la fronte, sino alla ricerca dei ricordi d’ infanzia. Tutto pur di rimanere umano, tutto pur di vivere, perché come dice Joe stesso: “non c’è nulla per cui valga la pena morire”. Sono proprio queste frasi che suscitano nello spettatore un senso di incredulità e sorpresa: come può un uomo dilaniato nella carne e nello spirito desiderare ancora la vita?

Interessante anche il duplice l’utilizzo della voce femminile Deborah Morese che è impersonifica sia Kareen, unico ricordo gioioso del protagonista che alimenta il suo desiderio di rimanere in vita, sia la voce narrante che sussurra all’orecchio del soldato, come una sorta di memento mori, la preannunciata sventura dell’impatto con la granata, mantenendo il pubblico in uno stato di angoscia e tensione.
L’aberrazione di ogni ideale di fronte al valore della vita umana, rende questo dramma non solo un pilastro dell’antimilitarismo e al contempo un inno alla vita.

Forse non del tutto condivisibile il messaggio di Trumbo, che ci incita ad abbandonare ogni convinzione per la propria sopravvivenza, ma che ci invita a riflettere a fondo sulle conseguenze delle nostre scelte. Troppo spesso ci troviamo a combattere per motivi ed ideali in cui non crediamo, finendo per essere assorbiti in un vortice di violenza dal quale sembra impossibile riemergere, quando invece dovremmo essere noi a scegliere le nostre battaglie.

A cura di Francesca Carucci

Tratto dal romanzo: “E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo
Regia e adattamento di Sergio Ferrentino
Attori: Sax Nicosia, Alessandro Castellucci e Deborah Morese
Musiche originali di Gianluigi Carlone
Produzione Mercury

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