Jaga Jazzist @ Latteria Molloy (Brescia)

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Qualche mese fa mi trovavo al Lo Fi di Milano dove ciclicamente una volta all’anno da buoni pellegrini del metallo io e mio fratello, che mi ha saputo trasmettere dei sani principi, andiamo a tenere viva la fede che teniamo nascosta sotto un taglio di capelli corto e una buona educazione.
Quella sera tra i quattro gruppi della tranquilla serata chiamata SoloMacello figuravano tali Shining, black jazz band norvegese. Finito il loro il concerto mio fratello mi fa “Ho capito chi è il cantante, suonava nei Jaga Jazzist, quelli che hanno collaborato anche con i Motorpsycho”.

Quella sera mi sono accorto di aver sempre ascoltato In the Fishtank (album consigliatissimo), senza chiedermi cosa significasse quel nome sotto “Motorpsycho”.
I Jaga Jazzist sono un collettivo norvegese che dal 1994 ha visto un continuo riciclo di musicisti che si sono dedicati negli anni pressoché a qualunque genere musicale.

L’ultimo album, Starfire, del 2015, ha visto un uso maggiore di elettronica. È una cosa che all’inizio mi aveva lasciato spiazzato e poi positivamente rapito, senza capire nemmeno il perché.
È l’ultimo concerto internazionale dell’anno della Latteria Molloy, che anche quest’anno ha portato in città gruppi che un bresciano non si sarebbe mai aspettato a casa propria (vedi i Battles, tra i tanti).

Alle 22.30 sono sul palco, che data l’enorme quantità di strumentazione sembra quasi piccolo.
La scenografia è molto d’impatto: tantissimi neon vengono posizionati nei pochissimi spazi liberi tra ognuno degli otto musicisti sul palco, disposti su due file (quella dietro rialzata a mò di orchestra) e creano a seconda della situazione dei giochi di luce molto d’impatto, che accompagnano bene l’esecuzione dei pezzi.
Sarò sincero, è stato un concerto molto strano. Tecnicamente impeccabile: ogni musicista sul palco a parte Martin Horntveth, il simpatico batterista barbuto, è polistrumentista e appena ti distrai un attimo hanno già cambiato otto strumenti.

Durante i primi pezzi rimango piacevolmente rapito dai continui cambi di stile, tono e genere che caratterizzano la loro musica.
“Wow! it’s good to be back in a rock club”. Il pubblico che affolla la Latteria è in parte molto attento, si nota una grande affezione agli otto jazzisti norvegesi, quello strano connubio di fisionomie norvegesi che incalzano con le loro strutture sonore che passano da momenti ipnotici a attimi di musica pseudo dance (tant’è che mi tornano in mente alcuni brani dei Ratatat), intervallati da progressioni post rock a tre chitarre.

Peccato per i pochi che evidentemente non presenziavano per il concerto e non hanno portato molto rispetto nei momenti più riflessivi e intimi del concerto, ma poco importa.
L’unica pecca di quest’ora e mezza, se devo esprimere un giudizio personale, sono forse le continue variazioni che a un certo punto risultano forse un po’ troppo ridondanti per me saltuario ascoltatore di jazz sperimentale. È un concerto in cui non è mancato nulla, e forse l’unico rischio è che sia stata messa troppa carne al fuoco. Questo non toglie nulla alla spettacolarità della serata, immortalata da alcuni scatti di Cacao Prod.

A cura di Giovanni Pedersini
Photocredits: Cacao Prod.

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