IPSE DIXIT. IPSE CHI?

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a cura di Francesca Bonfanti

La fiducia, un tempo, la si riponeva nelle auctoritas, nell’ ipse dixit e nella lunghezza delle barbe di pensatori e filosofi. Si avevano delle certezze che erano lì ferme e immutabili, nelle quali ci si tuffava sereni, con quella sicurezza che neanche i più gonfiati dei braccioli potevano darti da bambino. Un atteggiamento che i secoli di illuminata ragione, relatività e scetticismo hanno deprecato, ma che, pensiamoci, ritroviamo più radicato che mai. Dove? Nei social netowrk per dirne una.1622004_10202291420518446_549389749_n Senza cadere in una facile e nostalgica requisitoria alla ‘o temporta, o mores’ ciceroniana, soffermiamoci sull’ultimo tam-tam informatico che ha visto mobilitarsi per ventiquattr’ore Facebook, Twitter, blog, siti di informazione più o meno informati: l’annuncio dell’abolizione della storia dell’arte dalla scuola italiana.

Partendo dal pressupposto che i sentimenti di sdegno, rabbia, paura, indignazione e incredulità nati da quest’annuncio non possono che fare piacere a una studiosa della storia dell’arte come la sottoscritta (allora, in fondo in fondo, cari connazionali, un po’ vi stanno cuore quelle quattro cosucce che abbiamo sul territorio nazionale), non si può non fare notare che la notizia era in realtà, falsa. Badate bene, gli effetti del passaggio dell’uragano Gelmini (se riproponiamo il trito e ritrito titolo di Ministro della Pubblica Distruzione si offende qualcuno?) sono reali, eccome; la riduzione delle ore dell’insegnamento della storia dell’arte è realtà, è tra noi, ma ci si convive ormai da qualche anno. I recenti movimenti febbrili del web hanno però una genesi misteriosa, dato che negli ultimi giorni non ci sono stati reali sviluppi su tale argomento. Quello che abbiamo ad oggi, è un decreto scuola ‘L’istruzione riparte’, presentato nel settembre 2013 dal governo Letta nel quale NON è contemplato il tentativo di ridare ore d’aria vitali all’insegnamento della storia dell’arte e che è stato convertito in legge il giorno 8 novembre, dopo che molte voce, compresa quella 1925293_10202291421878480_354982466_ndel Ministro Bray si erano fatte sentire in merito alla questione. L’asfisia quindi continua e il respiro dell’arte è sempre più corto, ma è giusto fare attenzione al circolo di notizie sul web e alle fonti da cui derivano.

Si possono cogliere informazioni da quasi ogni dove, ma attenti ai frutti avvelenati. Il mese scorso su Wired mi è capitato di leggere la storia di Daniele Virgillito, scrittore freelance: che seguendo le orme di uno studente irlandese di sociologia, Shane Fitzgerald, aveva coniato ad hoc citazioni di personaggi famosi in occasione della loro morte, vedendo riportate le proprie invenzioni su mezzi di informazioni quali il TG2, ‘Il Giornale’, sulla bocca di personaggi come Letizia Moratti. Tutto questo tramite il bigino universale del nuovo millenio: Wikipedia. Un sorriso ci scappa, sì, ma abbastanza amaro.

Si era detto niente paternalismi alla Cicerone, ma un pensiero al livello dell’informazione che ci circonda non è mai di troppo. Aggiungiamo qualche filtro critico tra noi e quello che ci viene dal web e dai social network. ‘We accept the love we think we deserve’ si dice in The Perks of being a Wallflower.

Decidiamo di accettare anche le informazioni che ci meritiamo, dunque.

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