Interviste from the cameretta presenta Acaro; giovane artista della provincia bergamasca, si chiama Acaro per via della sua allergia all’omonimo aracnide. Siamo entrati nella sua stanza per conoscerlo e per vivere i suoi cinque momenti da quarantena raccontati attraverso cinque canzoni.

                                        

Ogni singolo è legato a un’immagine particolare, un toy pronto alla vendita; come mai questa scelta?
Mi è sembrato cool, mi piacciono un sacco i giocattoli, fosse per me ne comprerei a centinaia. Volevo dare un filo conduttore ai primi 3 pezzi, qualcosa che li accomunasse distinguendoli l’uno dall’altro.
Ci siamo riusciti, no?!

Hai detto che in Giappone avresti dedicato la tua vita alla musica; raccontaci di quest’epifania…
Nella galleria del mio telefono ho un video, mi riprendo il giorno del ritorno, poco prima della partenza verso l’aeroporto, carico di borsoni per le strade di Shibuya.
Una video-raccomandazione che mi sono lasciato, ci sono frasi tipo: “Ricky! Non fare il pirla, quando torni dedica il tuo tempo solo a ciò che ti fa stare bene, a prescindere da come vada“. Ogni tanto lo guardo, mi faccio tenerezza.
Non c’è stato un episodio rivelatore, è stato un processo sfumato di auto-consapevolezza, quel video ne è la prova provata.

                                        

Ci troviamo in un periodo storico particolare in questo momento… a livello puramente artistico come ne stai rispondendo?
Sto rispondendo con reverente silenzio, è un momento straziante per la mia Città [rf. Bergamo], per me e per i miei cari.
Artisti, influencer, ma non solo, stanno facendo di tutto per sfruttare questo momento, per me ci sono situazioni che non vanno sfruttate, in cui è meglio starsene zitti, non farsi sentire, anche a proprio discapito.

Si è trovato interessante un tuo punto di vista: in una società che ci vuole sempre vincenti e brillanti, è doveroso esprimere il sacrosanto diritto di fallire.  Quando sei arrivato a questa consapevolezza? È possibile declinare l’affermazione nel mondo musicale?
Sono sempre stato dalla parte di chi perde, ricordo che da piccolo non guardavo quiz in tv perché finivo per empatizzare troppo con gli sconfitti, che poi… i vincenti hanno già il piacere della vittoria, che se ne fanno della mia stima?
Per quanto riguarda l’affermazione nel mondo musicale, ovviamente credo sia possibile, è questo che voglio rappresentare con Acaro.
La musica possono, anzi devono farla gli sfigati, perché ci viene meglio, credo che la qualità della musica valga di più dell’intraprendenza di chi la fa. Lo so, un concept del genere nel 2020 è da fessi, ma io sono fessissimissimo.

                                        

Acaro, oltre alla musica, hai dedicato il tuo tempo alla poesia e alla sceneggiatura. Le influenze che hanno guidato la tua identità musicale, si immagina, saranno parecchie… Ce ne racconti qualcuna?
Rispondere che tutto influenza la mia identità musicale è estremamente scontato, ma anche vero.
TV spazzatura, videogiochi, esperienze vissute, la frase di un amico, i Power Rangers, tutto mi può influenzare, con Acaro vale tutto.
Cerco di dare uguale spazio e importanza sia a nobili che ignobili sentimenti, di alternare immaginari pittoreschi ad altri ridicoli e infantili.
Mi piace giocare con questo equilibrio, citare il Nesquik mentre canto la malinconia è nel mio DNA.

La quarantena di Acaro raccontata in cinque canzoni per cinque momenti

 

Appena faccio un colpo di tosse
 Death Grips, The Fever (Aye Aye)

Quando penso che la quarantena non è poi così male
 Speranza, Givova

Quando mi arrovello su come reperire dello sballo
 Young Signorino, DROGALERO

La mia doccia con cadenza settimanale
 Pupo vs The Prodigy, Smack My Pupo

I miei intimi momenti di piacere
 Gianni Celeste, L’infermiera di notte

 

 

Ph. Silvia Violante Rouge

 

A cura di Greta Valicenti & Sara Palumbo

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