Boombox meets…Il Teatro Degli Orrori

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In vista del loro live al Filagosto Festival, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Il Teatro degli Orrori.

Ironia e sarcasmo per parlare di un’Italia allo sbaraglio: il vostro ultimo disco, uscito alla fine del 2015, non ha titolo. Raccontateci di questo ultimo lavoro da voi definito lo scorso ottobre come un “nuovo debutto”.

È un disco de Il Teatro degli Orrori, il quarto album in studio, e rappresenta il punto di arrivo dello sviluppo del nostro suono e della nostra poetica. Un disco forse più “politico” dei precedenti, perché le circostanze storiche ci impongono di raccontare le contraddizioni sociali in cui versa la nostra storia comune recente.

La vostra arte pretende molto dall’ascoltatore: a distanza di diversi mesi dall’uscita de “Il teatro degli orrori”, e con diversi live alle spalle, quale brano vi sembra sia arrivato di più al pubblico. Perché?

“Pretendere” non mi sembra la parola più felice per definire il nostro approccio con il pubblico. Il Teatro degli Orrori chiede molto ai propri ascoltatori, e non potrebbe essere che così. Perché crediamo nella nostra musica e nei nostri messaggi, e desideriamo offrire un prodotto musicale e un’opera narrativa di spessore culturale, di competenza arrangiativa, e di tensione poetica. Mi sembra di poter dire che dal vivo la canzone più amata sia Il Lungo Sonno (Lettera Aperta al Partito Democratico), forse perché è la più scherzosa e sarcastica, ma forse anche perché è in maggiore e in up-tempo.

Parliamo di un brano che coglie perfettamente uno dei temi che più dividono oggi l’Italia e il mondo: “Una donna”. Il testo, molto intenso, non compare però nel libretto; al suo posto, una foto. Come mai questa scelta? Vi sentite di esprimervi anche in questa sede in merito alla crisi migratoria e all’atteggiamento da noi adottato VS da adottare?

Di Una Donna non abbiamo pubblicato il testo, ma solo la fotografia della giovanissima ragazza yazida, perché la canzone è la descrizione, anche piuttosto fedele, della foto stessa. Più che raccontare il dramma della crisi migratoria, racconta la bellezza, il coraggio e l’incredibile forza politica rappresentata dal popolo curdo in questo momento del decorso storico.

Il Teatro degli Orrori sino ad ora resta fermamente indipendente: il vostro ultimo lavoro non ha fatto eccezione. Cosa comporta tener fede a questa scelta, al di là degli aspetti tautologici.

Noi facciamo la nostra musica per il piacere di farla, per vocazione, per amore del rock, e per cambiare il paese in cui viviamo. Più che tener fede ad una scelta, siamo semplicemente e “naturalissimamente” desiderosi di suonare un rock contemporaneo e forte della sua tradizione. Se non facessimo così, non riusciremmo neppure a salire su un palcoscenico.

Sono passati ormai più di dieci anni dalla nascita della band. Dove avreste pensato di essere, al tempo della fondazione, nel 2016? E oggi vi chiediamo, dove sarete nel 2026?

Io mai avrei pensato che un suono tanto virulento quale il nostro riuscisse a trovare uno spazio importante nel mondo della musica in Italia. Come diceva Alda Merini, il successo è un “miracolo”, ed io mi sento un miracolato, perché posso vivere di musica senza dovermi spezzare la schiena per arrivare alla fine del mese. Mi auguro che tutto ciò possa e sappia continuare, nel segno dell’autenticità e genuinità del nostro approccio artistico. Non ho la minima idea di ciò che faremo (e farò) fra dieci anni, ma sono convinto che Il Teatro degli Orrori sia un’avventura destinata a durare a lungo.

A cura di Giuseppina D’Alessandro

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