Boombox meets…STAG

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Freschi di pubblicazione del loro secondo album, Verso le Meraviglie, Marco Guazzone degli STAG ci ha regalato un’interessantissima intervista nella quale ci parla di questo itinerario (ancora in costruzione) che ha portato lui e i suoi compagni di viaggio dove sono ora.

Dopo 5 anni da L’Atlante dei Pensieri, il cambio di casa discografica (dalla Sunnybit alla INRI), un singolo di lancio pubblicato nel lontano 2015 (Oh issa), il vostro nuovo album ha visto la luce solo oggi, a marzo 2017: come ci si sente ad aver finalmente pubblicato un seguito al fortunato debutto, soprattutto considerando tutto il tempo passato?

Ci si sente benissimo, non vedevamo l’ora! Avevamo bisogno di far uscire questo disco perché, come hai detto tu, sono passati 5 anni dal primo album e – anche se sono uscite tante cose nel frattempo – da appassionati di musica quali siamo noi, il disco, che è un vero e proprio racconto, era una cosa estremamente necessaria per la narrazione alla quale puntiamo.

Dall’album sono stati estratti due primi singoli, se vogliamo: Oh issa, nel 2015, primo singolo estratto dal progetto, e Mirabilia, il primo estratto con la INRI. Entrambi hanno una tematica comune: ripartire con ciò che sia ha a prescindere dalle esperienze passate. C’è un collegamento tra i due brani?

Assolutamente. Oh issa è il brano che ci ha fatto capire la direzione che volevamo prendere, sia musicale che a livello di tematica generale del disco, e l’abbiamo rilasciato quando ancora l’album era in lavorazione, mentre Mirabilia è uscita a progetto finito. Rappresentano un viaggio, la voglia di condividere e di raccontare cosa ci è successo in questi anni. Parlano entrambe di lasciarsi andare: nel primo brano raccontiamo come le difficoltà si affrontino meglio in squadra, che è umanamente ciò che è successo a me col mio gruppo, dopo un primo inizio da solista; Mirabilia, oltre ad avere un messaggio di speranza, narra di come lasciandosi andare dalle cose che ci trattengono possiamo trovare il tesoro che cerchiamo dentro noi stessi. È un percorso che parte da momenti un po’ più bui e si dirige verso le meraviglie, “verso” però, non c’è ancora un punto di arrivo.

Il tema del viaggio è ricorrente; avete infatti descritto questo album come un viaggio di transizione dal buio alla luce (evidente anche nella tracklist da “Le mie ombre”, seconda traccia dell’album, a “I am free”, la chiusura): quando è avvenuto per voi questo passaggio, sia per quanto riguarda la vostra esperienza personale che professionale, quindi nella creazione dellecanzoni che possiamo ascoltare in questo album?

È ancora in corso, non siamo arrivati alla luce: il titolo del disco indica una direzione, funge un po’ da esortazione al viaggio, allo stare in movimento; queste meraviglie non le abbiamo raggiunte, ma se vogliamo, in questo caso, il viaggio è più importante della meta e regala sicuramente più sorprese. Professionalmente parlando, questa transizione c’è stata tra la fine del tour del primo album – con il quale abbiamo girato tutta l’Italia e non solo – e il momento in cui abbiamo deciso di lasciare la nostra vecchia casa discografica, a causa delle numerose divergenze emerse sul tipo di lavoro da intraprendere per il nuovo progetto. Ci siamo trovati soli e anche lì è stato un percorso complicato: non credo sia mai stato facile il mestiere del musicista, soprattutto ora che è cambiato il modo di creare musica e soprattutto di fruirla. Abbiamo vissuto dei momenti bui e complicati sulla nostra pelle, motivo per il quale abbiamo voluto raccontare anche di questi attimi più complessi nell’album. La luce è arrivata, insomma, dopo aver faticato per tanto tempo, non a caso sono passati 5 anni. Questo disco sarebbe dovuto uscire molto tempo fa e sarebbe stato diversissimo – musicalmente forse non sarebbe stato così ricco – ed è anche per questo che all’inizio può risultare un album difficile da apprezzare, non così immediato.

Visto che la stesura di questo album è stata lunga e piena di peripezie, sarebbe interessante vedere come e quando sono nate le tracce che ora compongono questa incarnazione del vostro album, perché immagino che ci siano stati diversi ‘secondi album’.

Secondi e anche terzi! Il primo brano che ha dato l’idea della direzione da intraprendere, come ho già detto, è stato Oh issa; poi è venuta Down, che ha ampliato la nostra visione musicale in vari modi, che ci ha anche fatto venir voglia di raccontare il percorso intrapreso in questi anni. Slaytilling è la prima canzone che ho scritto in assoluto (avevo 13 anni) e ci sono molto affezionato, infatti l’abbiamo sempre proposta live, anche se mai pubblicata; ne eravamo molto felici, perché nel diario di viaggio che racconta tutto il nostro percorso era d’obbligo inserire anche lei. Poi c’è stata Mirabilia e, poco dopo, To The Wonders, che è arrivata con la fortuna di poter lavorare alla colonna sonora del film “Un Bacio” (2016, regia di Cotroneo) e che ci ha messo un po’ in crisi perché, dopo averla registrata con l’aiuto della Indigo, che ci ha fornito un orchestra di 20 elementi, ci siamo chiesti se non avrebbe fatto sfigurare gli altri brani presenti nell’album, visto che le nostre disponibilità economiche non ci permettevano di regalare quel livello di organicità agli altri pezzi. Abbiamo deciso di metterla in apertura e di usarla come title-track perché ci rappresenta davvero al massimo, con tutte le nostre sfaccettature. Le mie ombre è l’ultimo brano ad essere stato inserito nel disco: l’avevamo provinato, ma non ci aveva convinti; quando abbiamo iniziato a chiudere i primi mix, ci siamo resi conto che esplicitava benissimo l’idea del mettersi a nudo e del buio che volevamo trasmettere. Kairósè uno dei brani in cui ci spostiamo di più verso un mondo musicale nuovo – nonostante siano presenti tutte le nostre influenze – ed è arrivato in studio, per caso, proprio nel cuore delle registrazioni dell’album; ne siamo orgogliosi perché contiene tantissimi riferimenti: dal cinema (il violoncello è suonato dal violoncellista di Ennio Morricone) all’elettronica dei Subsonica. Vienimi a cercare è stata scritta da Stefano (Costantini, chitarrista e trombettista della band) ed è una parentesi molto intima dell’album; l’idea per il duetto è nata quasi subito: abbiamo conosciuto Matilda De Angelis due anni fa sul set di “Tutto può succedere” e abbiamo constatato che, oltre ad essere una talentuosissima attrice, è anche una bravissima musicista; l’abbiamo registrata prima ancora che lei esplodesse (e ce l’aspettavamo) ed è stato amore alla prima nota. Dimmi se adesso mi vediè il secondo pezzo più vecchio del progetto; volevamo che fosse presente nella tracklist nonostante avesse preso una direzione autonoma (è stato interpretato da Arisa nel suo “Se vedo te” del 2014) perché rappresenta una delle tappe fondamentali del viaggio che raccontiamo nell’album. Da teè nata poco prima di entrare in studio di registrazione ed è cresciuta man mano che lavoravamo su ciò che avevamo e iniziavamo a delineare il concept. The helm è il pezzo nel quale siamo andati musicalmente più ‘fuori strada’ perché ci piace molto pensare e vivere la musica come un qualcosa senza generi e senza limiti; è nata in versione folk, ma non ci convinceva, allora abbiamo iniziato a lavorare a questo arrangiamento a cavallo tra l’hip-hop e la dubstep. I am free era una canzone registrata per un’altra colonna sonora ancora, ma mai rilasciata prima (si sentiva solo nel film, coperta però dai dialoghi), e ci sembrava perfetta per chiudere questo ciclo, essendo questo un brano orchestrale come quello in apertura; è un brano che parla di liberazione, dove raccontiamo che avere uno scopo o un qualcuno che ci guida nel nostro percorso ti rende libero e ti dà il potere di scegliere ciò che si vuole fare, facendolo nel modo migliore.

Come hai detto tu, l’album inizia e finisce con due brani estratti da due colonne sonore: To the wonders (Un bacio), pre-selezionato per i David di Donatello, e I am free (Fratelli unici). Perché siete così legati a questo genere?

È un amore che nasce da una passione per il cinema e per la dimensione iconografica: vado spesso al cinema e vedo davvero qualsiasi cosa, dai film d’autore sconosciuti aiblockbusters… Un po’ come con la musica, non mi faccio guidare dai generi, ma da ciò che mi piace, mi emoziona o mi rilassa. È una passione che ho concretizzato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove ho seguito il corso di Musica da film, il mio primo approccio professionale a questo mondo. All’interno della band ci teniamo tanto perché è un po’ il nostro modo di scrivere: partendo da un’immagine, un ricordo, una cornice, iniziamo a raccontare cercando di trasmettere ciò che vediamo all’ascoltatore attraverso la musica… Un po’ per questo i nostri brani suonano così ‘filmici’. Inoltre, poter lavorare in questo ambito ci ha offerto delle opportunità che l’ambiente discografico odierno non ci avrebbe mai potuto concedere: se a un regista piace il tuo pezzo puoi anche essere nessuno, non hai bisogno di spinte o manager potenti dietro.

In questi annivi siete dedicati anche alla composizione per altri artisti, come la già citata Arisa oppure Chiara (“Le ali che non ho” e “Le leggi di altri universi” tratti dal suo ultimo album). Come sono nate e come si sono sviluppate queste collaborazioni?

Abbiamo conosciuto Arisa nel 2012 a Sanremo, ed è buffo perché questa collaborazione ci ha portati poi ad avere quella con Chiara. Dopo averle dato “Dimmi se adesso mi vedi” abbiamo continuato a sentirci e, quando fece Xfactor come giudice quello stesso anno, ci chiese un brano inedito per i Frères Chaos, che non arrivarono però in finale; quell’anno vinse Chiara, che sentì il pezzo durante le prove e che se ne innamorò subito. Dopo tanti anni, pochi mesi fa mi sono ritrovato una sua mail dove mi raccontava che aveva preso il timone fra le mani per questo suo nuovo album nel quale avrebbe voluto inserire “Le leggi di altri universi”(che nel frattempo aveva vissuto un’altra vita ancora: l’avevamo registrata, infatti, in duetto con Arisa senza poterla mai pubblicare, però, a causa delle decisioni della sua ex casa discografica, la Warner). Tra le altre canzoni che le abbiamo fatto ascoltare, Chiara ha anche scelto “Le ali che non ho” come chiusura per il suo progetto. Probabilmente non sarà l’ultima volta che scriveremo per altri artisti: abbiamo infatti appena firmato con la Sugar Music, con la quale abbiamo iniziato a lavorare come autori in esclusiva; scrivere per altre voci e altri mondi musicali è una cosa davvero stimolante e che non può che migliorarci.

Dopo le date promozionali nei vari stores, ci sarà un tour estivo?

Assolutamente. Abbiamo fatto un tour di anteprima piuttosto particolare: oltre alla solita Feltrinelli, abbiamo deciso di andare in negozi di dischi un po’ più ricercati; a Salerno, ad esempio, ci siamo esibiti sul bellissimo corso davantial Disclan, tra la gente (e i vigili) che si fermava ad ascoltarci. Così abbiamo avuto l’opportunità di testare le nuove canzoni sul pubblico, ma anche di parlare dell’album, con un moderatore diverso per ogni tappa. Per quanto riguarda i nostri concerti veri e propri, abbiamo appena annunciato le prime tre date del tour: 26 aprile al Circolo Magnolia di Milano (in apertura agli Ex-Otago), 28 aprile alle Lavanderie Ramone di Torino e 12 maggio al Monk di Roma. Ovviamente arriveranno altre date, perché la dimensione dal vivo è quella in cui ci sentiamo più a nostro agio e nella quale si crea uno scambio vero e proprio con chi ti ascolta; vogliamo mettere in pratica così il concept del disco, il viaggio: quando parti in tour giri l’Italia intera con un pulmino e la tua musica ed è l’aspetto più bello di questo mestiere, vorremmo farlo sempre.

A cura di Fabio Scotta

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