Onirico, intimo ma anche curiosamente evocativo, tutto impregnato di quell’emozione un po’ raccolta che ha accompagnato la loro stessa formazione: questo il sound del primo EP self-titled dei Caveleon, promettente band milanese sotto Futurissima. In occasione dell’uscita dell’EP, abbiamo fatto quattro chiacchere con loro.

Qual è la storia dietro al nome Caveleon?
Volevamo che il nome del progetto fosse qualcosa di misterioso per chi lo leggesse per la prima volta, un’ entità che lasciasse spazio all’immaginazione.
Nasce dall’unione di un luogo, “The Cave”, un seminterrato dove sono nate tutte le idee che compongono i nostri brani e che tutt’ora è il nostro studio in cui passiamo le giornate insieme; e “Leon” il nome d’arte che Leo aveva scelto per il suo progetto da solista che poi è sfociato in questa collaborazione. Il nome Caveleon si ispira anche a Chameleon, ci piace pensare che la nostra musica sia in continua evoluzione e prenda diverse forme dai background musicali che ognuno di noi ha.

Chi sono i principali artisti che vi hanno influenzato o a cui vi sentite affini?
Non crediamo di essere ispirati da un artista in particolare, ciascuno di noi ha una diversa storia musicale alle spalle. C’è però una scintilla che si accende nei nostri occhi quando ascoltiamo una musica che ci colpisce. Non abbiamo ancora capito bene perchè e quando succeda, ma ci capita spesso di emozionarci insieme anche mentre scriviamo e suoniamo.
Siamo dei grandi amanti dei dettagli: può essere un’ armonia, un tipo di timbro, un suono, un passaggio, tutto ciò che ti coglie di sorpresa durante l’ascolto e ti fa guardare gli altri per vedere se anche loro hanno sentito quel brivido.

Fra i pezzi dell’EP c’è grande continuità. Pensate di continuare a rimanere fedeli a questa linea melodica, o siete più orientati alla sperimentazione?
Crediamo di avere trovato un nucleo principale che ci rappresenta ed ora ci divertiamo a sperimentare e a giocarci intorno. Pensiamo a Caveleon come un progetto in continua evoluzione, che si arricchisce giorno dopo giorno delle influenze che ciascuno di noi porta con sé, per poi fonderle tra loro in quel punto di incontro che siamo riusciti a trovare per raccontare il nostro immaginario.

Il vostro progetto è nato in un seminterrato di Milano. Quanto di questa identità sotterranea, profonda e anche intima è rimasta impressa nella vostra musica?
C’è sicuramente tanta introspezione all’interno dei nostri brani e probabilmente deriva in parte anche dalla Cave, il nostro piccolo studio. Ci piace rifugiarci nella musica, salutare tutto il resto e andare per intere giornate nel nostro mondo più intimo, fatto non solo di musica ma anche della grande amicizia che ci lega.

Dell’EP è stato detto che i pezzi “evocano luoghi familiari e al contempo inesplorati”. Ci sono dei luoghi fisici reali nel vostro immaginario a cui attingete per dare vita alle immagini evocate nei pezzi?
E’ difficile parlare di luoghi reali, spesso si tratta di tanti piccoli frammenti di ricordi che si legano tra loro e creano un immagine nuova. Capita di scrivere un brano e rendersi conto solamente dopo averlo finito della sua provenienza e del suo significato reale. Tante tematiche più profonde si risolvono proprio all’ interno del brano stesso grazie all’ incontro tra questi luoghi familiari e al contempo inesplorati.

Quali sono le vostre opinioni sulla scena musicale italiana?
E’ stata una bella sorpresa confrontarci con la scena emergente italiana ed è un grande stimolo farne parte. Ci sono tante nuove piccole realtà, abbastanza sconosciute, che escono dagli schemi dettati dalle mode del momento, cosa che purtroppo in Italia è molto frequente.

A cura di Emma Cori 

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