Mercoledì 15 novembre abbiamo avuto la fortuna di assistere al primo concerto italiano degli Oh Wonder, duo britannico alternative pop, nel nostro paese per il tour a supporto del loro secondo album Ultralife. I due musicisti ci hanno concesso anche un’interessante intervista: leggete cosa ci hanno detto qui sotto!

Ciao ragazzi, è il vostro primo concerto in Italia! Come ci si sente a suonare qui per la prima volta e cosa vi aspettate dal pubblico italiano?

Per ora è stato fantastico! Avremmo dovuto avere un giorno libero per esplorare Milano ieri, ma purtroppo, dopo il nostro concerto a Cologna, siamo andati a dormire sul nostro bus pensando che la mattina dopo ci saremmo svegliati già a Milano, ma in realtà una volta alzati abbiamo scoperto che il bus si era rotto e che non eravamo ancora partiti dalla Germania. Abbiamo così dovuto passare altre 18 ore in viaggio per venire qui, dove siamo arrivati alle 2 di questa mattina. Quindi ci siamo svegliati e ci siamo detti “dobbiamo cercare di esplorare tutta Milano in 10 ore”: abbiamo mangiato un sacco di pasta, di gelato e, in generale, ci siamo concentrati molto sul cibo. È una città bellissima, la gente è adorabile e soprattutto stilosissima! Per questo ci aspettiamo che il concerto stasera sia pieno di glamour e… non so, i primi concerti nei paesi nuovi sono sempre molto speciali, non vediamo davvero l’ora di suonare.

Vi è piaciuto il gelato alla nocciola che avete mangiato oggi? (e che avevano condiviso sui loro social)

Oh, eccome! “Noccciola gelaaatoo!” Poi abbiamo preso della pasta col pesto, degli spaghetti ai frutti di mare… è stato fantastico, eravamo in questo posto che serviva solo pasta fatta in casa. Abbiamo mangiato davvero tantissimo oggi, continuavamo a comprare di tutto, il cibo è incredibile qui. E pure il caffè, wow!

Qual è stata la vostra canzone preferita da scrivere e di quale non vi stancate mai pur suonandola concerto dopo concerto?

C’è una canzone nel nostro primo album che si chiama All We Do, ed è probabilmente la mia preferita perché si è praticamente scritta da sola, non ci era mai successo prima. Cantavamo una strofa per uno e in 5 minuti ce l’avevamo, la canzone era finita. E ci piace anche molto suonarla ogni sera: la nostra scaletta è molto energica e upbeat, mentre quando arriva All We Do tutti si raccolgono sotto al palco, tutti cantano e sono attentissimi alla nostra performance. È un momento davvero speciale dello show.

Col vostro lavoro di debutto avete scritto e lanciato una canzone per mese, fino al raggiungimento di un numero sufficiente per comporre un album. Com’è cambiata la composizione delle canzoni per questo secondo album, per il quale avete dovuto concentrarvi da subito su un corpo di lavoro intero?

Abbiamo adottato un approccio completamente diverso. Questa volta abbiamo diviso le canzoni in grandi parti, piuttosto che una per mese… è stato strano ciò che abbiamo fatto col nostro primo lavoro, ci piacerebbe rifarlo; è un po’ come fare un figlio: se stai per avere un figlio, tutto ciò a cui pensi è quel figlio e quest’ultimo verrà fuori bellissimo e intelligente, mentre magari all’ottavo puoi pensare “ma sì, basta che nasca!”. Per questo album abbiamo dovuto partorire 12 figli in un periodo piuttosto ristretto, quindi abbiamo dovuto bilanciare un po’ le attenzioni e la cura che davamo all’uno e all’altro. E noi siamo pure i produttori di noi stessi, quindi un lavoro doppio, insomma.

Quindi vi piacerebbe riprovare l’approccio che avete avuto col vostro album omonimo?

Sì, ci piacerebbe, col primo album ce la siamo presi comoda e abbiamo goduto del lusso di poterci concentrare su ogni canzone una alla volta. Con Ultralife invece abbiamo scritto e prodotto 12 canzoni in meno di tre mesi, combinando anche il tour, la pubblicità…

Dando un’occhiata ai vostri profili sui social networks e guardando i vostri video, tutto è molto patinato, con colori pastello e in generale molto attenti all’estetica. Questo riflette bene il mood della vostra musica, ma riflette anche le vostre personalità come persone normali e non solo come artisti?

Penso che mettiamo un po’ di noi stessi in tutto ciò che facciamo… c’è qualcuno che ci aiuta a gestire i nostri account, ovviamente, ma i contenuti sono tutti farina del nostro sacco. Se fosse per Josephine i nostri account sarebbero meno patinati, lei posterebbe tutti i momenti più imbarazzanti dalla vita quotidiana e dal tour, perché lei è proprio così e sa che la vita non è sempre rosea e perfetta… In quei casi quindi io (Anthony) intervengo e le dico “no, dai, questa non postarla”. Cerchiamo di bilanciare tra i due aspetti, ecco.

E infine, cosa non deve mancare in una giornata di ultra-vita?

Oggi è stata una bella ultra-giornata: ci siamo alzati, abbiamo bevuto dell’ottimo caffè e poi siamo andati in giro ad esplorare la città, facendoci ispirare dalla architettura e dall’atmosfera. In realtà non siamo dei bravi turisti: non andiamo mai a visitare le attrazioni principali dei posti in cui ci troviamo, chiediamo a qualcuno del posto “dove ci consigli di andare per pranzo? E per un caffè? E il gelato?” e seguiamo i loro consigli. Ammettiamo di sentirci un po’ milanesi oggi, è stata proprio una bella giornata.

Gli Oh Wonder ci concedono una foto e un autografo prima di chiederci di insegnare loro qualche frase in italiano da usare durante il concerto. Ed eccoli sul palco, puntuali alle 22 dopo l’apertura di Irene Maggi, che salutano il pubblico italiano con un adorabile “benvenuti Milaaaano!”. Ad aprire la scaletta ci sono Dazzle e Without You, due singoli estratti dal loro album di debutto, seguiti da Lifetimes, appartenente a Ultralife, l’album che dà il nome a questo tour mondiale che li ha portati per la prima volta nel Bel Paese.

Curiosa quindi la scelta di valorizzare di più il primo album: la maggior parte delle canzoni in setlist appartiene infatti a Oh Wonder, risalente al 2015; è il caso di Shark e Landslide, che vengono entrambi cantati all’unisono dall’intero Magnolia. Più e più volte durante il concerto, Anthony e Josephine si sono fermati per esternare il loro amore per il nostro paese (“l’Italia è quel posto magico dove tutti quelli che conosciamo dicono di essere stati in vacanza”) e per la nostra lingua. Il bello è che non lo fanno neanche in maniera forzata, l’emozione che provano alla vista di un pubblico così eterogeneo e bello è palpabile e, soprattutto la voce femminile del gruppo, non fa altro che saltare da una parte all’altra del palco con un sorriso a 32 denti. Anthony vuole addirittura presentare la canzone successiva in italiano e chiede come si dica Heavy nella nostra lingua.

Uno degli highlight della serata è sicuramente l’esibizione di High On Humans, l’ultimo singolo estratto da Ultralife, che parla di come si possa imparare tantissimo l’uno dall’altro, anche dagli sconosciuti coi quali ci incrociamo una volta sola nella vita; interessante proprio per questo il ‘featuring’ della canzone, che è la voce di Siri, la so-tutto-io della Apple. Midnight Moon viene invece spogliata completamente e suonata solo con una chitarra elettrica, creando così l’atmosfera perfetta per un futuristico falò sotto il chiaro di luna. “Se siete già stati ad un nostro concerto sapete che questo è il momento di scatenarsi e divertirsi… anche se non è venerdì sera” ed ecco che parte Loose It, seguita da Overgrown, due dei pezzi più upbeat della loro discografia.

Le luci diventano soffuse e rimane solo un occhio di bue sui due musicisti. Josephine fa un sentito discorso su come qualsiasi cosa sia realizzabile se ci si crede abbastanza a fondo e se si lavora mettendocela tutta; per tutti quelli che ancora non sono commossi, a dare il colpo di grazia ci pensa All We Do, dal forte impatto emotivo e sicuramente uno dei brani più riusciti del duo. Come ci avevano detto durante l’intervista, l’atmosfera durante questo pezzo è davvero magica: ogni persona presente canta ogni singola parola, creando un coro di centinaia di voci all’unisono. Questo momento più slow prosegue con Waste, la traccia che chiude il loro ultimo lavoro, piacevolmente influenzata dai Bon Iver. Le bellissime luci per la scenografia di questo tour si tingono d’arcobaleno e gli Oh Wonder ci salutano con Body Gold (in una versione inedita con un sassofonista d’eccezione: il fratello di Josephine), Heart Strings e Technicolor Beat, non prima però di ringraziarci tutti per essere venuti (rigorosamente in italiano) e scherzando addirittura che questo concerto è stato così bello che sono tentati di fare un tour italiano per tutto lo stivale il prossimo anno.

Il pubblico li richiama a gran voce e loro si catapultano di nuovo sul palco, sudati e sorridenti, per esibirsi col lead-single che dà il nome all’album e al tour, Ultralife. Tutta la gioia del catchy ritornello sfuma e diventa l’intro di Drive, il singolo che ha riscosso più successo del primo album, uno dei preferiti dai fans. Si rivela il pezzo di chiusura perfetto perché ha un ritmo incalzante, ma una vena malinconica, quell’agrodolce che ci fa capire che purtroppo il concerto è davvero finito e che i piedi fanno male a forza di saltare, ma ci fa anche realizzare che tutto ciò che abbiamo provato questa sera è stato vero e abbiamo così potuto vivere un po’ di ultra-vita con loro.

A cura di Fabio Scotta

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