Abbiamo incontrato Martina Lorusso e ci ha raccontato di come è nato il suo progetto: momusso.

Qual è stato il percorso che ti ha avvicinato all’illustrazione grafica? Come hai scoperto che fa parte delle tue corde proprio l’illustrazione?

 Quando ho scoperto che disegnare dava senso a tutto ciò che provavo, amavo un altro modo di vedere il mondo: la fotografia. Purtroppo non riuscivo più a prendere in mano la fotocamera. C’era qualcosa che mi teneva lontana dalla fotocamera, quasi un rifiuto. Se scattavo sentivo un pezzo di me che si perdeva chissà dove. Avevo bisogno di una visione più vicina a quella parte piccola di me che ha ancora in mano mille matite colorate e si sporca le mani e il grembiule (quanto detestavo il grembiule, si quello blu ereditato dalla sorella). Per una somma di scelte e avvenimenti, mi sono sempre sentita divisa in due. Una parte che ama la grafica e l’altra che ama l’illustrazione, la fotografia, la musica. So con certezza che sono stonata come una campana, non ho pazienza a tenere in mano uno strumento musicale più di mezz’ora. Le altre cerco di coltivarle. Però non so cosa sono, non so precisamente cosa voglio. So anche che, finché non lo so, sarò in grado di produrre qualcosa. Finché cerco qualcosa, sono salva.

Perché proprio la volpe come tuo simbolo personale?

Ero a lezione di laboratorio di Grafica all’università e il professore ci mostrò il primo progetto di identità dinamica di un prodotto. L’azienda HADFIELDS PAINT, produttrice di vernici alla fine degli anni 60, identificò la propria immagine aziendale nella figura di una volpe. Mi fece sorridere il fatto che la volpe potesse avere le zampe nere perché piene di vernice.
“The quick brown fox jumps over the lazy dog” è un anagramma inglese, una frase che contiene tutte le lettere dell’alfabeto. Veniva usata per fare le prove di stampa alla fine dell’800. Sono state alcune delle cose che mi resero visibile il logo, mentre ero a lezione di Diritto (purtroppo non sono mai stata una studentessa brillante). Guardavo il logo e dicevo: “ma si, sei tu.”
No dai è colpa di Robin Hood della Disney. È nato quasi tutto negli anni universitari. Avevo un posto sicuro dove tornare la sera, avevo vicino le persone giuste, avevo una grande motivazione. Ringrazio ogni persona incontrata a Verona. Anche se magari non ci sentiamo più perché la vita è abbastanza strana.

Come sono nate le tue collaborazioni con vari artisti del panorama Indie? Ce ne racconti una?

Quasi tutte a caso. Quando c’è una canzone che mi piace, devo disegnarla. Sento qualcosa nello stomaco, le mani iniziano a formicolare e devo assolutamente disegnare qualcosa. Amo fare regali su Instagram e iniziai nel 2013. Feci un orsetto per la band L’Orso. Mi accorsi che i canali social potevano darmi modo di allacciare rapporti con gli artisti. Fargli ricordare di me in qualche modo. Mano a mano che disegnavo miglioravo sempre di più. (Non sono una arrivata, continuo a migliorare e spero di farlo finché campo).
Vi racconto quella con Brunori sas. Mi chiesero il disegno per farci le magliette verso maggio. A maggio la mia vita è stata attraversata da una serie di emozioni tristi. “La Verità” racconta più o meno quello che provavo. Dissi addio ad una persona che era importante per me. La frase dell’illustrazione era Il dolore serve proprio come serve la felicità. È strano ma le cose mi succedono sempre in un momento preciso, come fosse scritto da qualche parte. Ciò che mi lega al mondo dell’illustrazione, una somma di coincidenze a volte disarmanti. Quella frase mi diede la forza di lasciarlo andare.

In più di una circostanza hai detto che ti sei rifugiata nell’illustrazione per dare sfogo al dolore, un sentimento che non vuoi silenziare. I tuoi disegni sono la cura? Se fosse così, il processo di guarigione come funziona e quanto è durato?

Non mi vergogno nel dire che quel periodo oscuro mi accompagna nella vita a fasi alterne. Quando si è attenti ai propri sentimenti, alle proprie emozioni e si elaborano, si è più predisposti ad una intima sofferenza. La chiamo “intima” perché è una forma di depressione cronica, una visione delle cose spesso pessimista e catastrofica. Ma sono così e se fossi diversa da come sono probabilmente non avrei bisogno di disegnare, farei altro. Non si tratta di ansiolitici, di cure alternative o di yoga. Si tratta di incanalare. Gli ultimi due mesi li ho passati senza disegnare. Non riuscivo a farlo perché sentivo che non dovevo farlo. La cura è prendersi del tempo per sé e in questo tempo c’è l’illustrazione ma potrebbe essere qualsiasi altro “sfogo artistico” come la fotografia o scrivere su un diario. Credo sia essenziale usare gli strumenti che abbiamo a disposizione a seconda del nostro umore, per avvicinarci a noi, per leggerci, per darci del tempo. Il processo di guarigione non finisce mai, magari ci sono delle pause nelle quali si è felici ma sono davvero brevi e fugaci.

Quali sono gli strumenti e il piano su cui lavori?

Principalmente lavoro in digitale quindi Illustrator e Photoshop usando la tavoletta grafica. Una volta usavo solo il trackpad del Mac ma… Qualcuno mi ci versò sopra del succo all’arancia e quindi mi sono adattata. Su Illustrator parto con lo scheletro delle cose, disegno i contorni degli oggetti. Su Photoshop li coloro, gli do vita e anima.

Ad un giovane aspirante illustratore quali programmi di grafica consiglieresti?

 Illustrator per essere preciso, Photoshop per dare vita.

Pensi che senza musica riusciresti mai a scavarti dentro e così a far emergere le tue emozioni che possiamo trovare anche nel vocabolario sentimentale?

No e ti dirò di più. Qualche volta ci provo ma è davvero impossibile fare qualsiasi cosa senza musica. Anche pulire casa o fare la spesa. Ma per il Vocabolario Sentimentale non ho bisogno di musica, devo concentrarmi sul suono delle parole e sul loro possibile significato. Per il resto credimi ho Spotify acceso da quando mi sveglio a quando vado a dormire.

Come sarebbe una tua giornata-tipo, routinaria milanese?

Mi sveglio alle 7.00 bevo del caffè e leggo l’Ansa poi passo all’oroscopo. Esco e prendo la metro. Ogni mattina vedo il Duomo con il sole, con la pioggia, con il grigio ed è sempre stupendo. Prendo il tram e vado al lavoro. Il pomeriggio torno a casa e lavoro ai miei progetti freelance. La sera ceno con le mie coinquiline e poi Netflix. Imprevedibile, non trovi?

Immagino che la tua moleskine, oltre che piena di disegni, sarà anche piena di prossimi progetti. Ne puoi svelare qualcuno, anche solo in parte?

Un progetto che parlerà di amori, cercherò di disegnarli mentre un mio caro amico scrittore, Fabio Rodda, cercherà di raccontarli. Storie d’amore di una pagina, giusto il tempo di capirle ora che è passato del tempo per i due protagonisti. Per capire che l’amore, quando finisce, non sempre è sbagliato. Forse porta ad amare più intensamente e ancora e ancora.

Nella tua pagina Ig appaiono molte foto di piante grasse, ne sembri molto affezionata. Ti rivedresti in una pianta grassa? (anche per il tuo modo di osservare gli altri, in maniera silenziosa)

Le piante grasse si difendono dagli animali che si cibano di loro con le spine. Per poter sopravvivere in ambienti ostili, sono succose, ricche di acqua e quindi prede ambite. Sono molto affezionata. Ci assomigliamo. Ora più che mai. In questi ultimi mesi ho sviluppato una difesa verso i predatori. Purtroppo sono stata costretta. Ma sotto queste spine sono sempre io.

So che sei di Terni. A parte la carne, che a noi umbri non ci batte nessuno, cos’è quella cosa che ti manca davvero e che è uno dei tanti motivi che ti fa fare l’inesauribile viaggio in “tacito”?

Fortunatamente, adesso che lavoro, il acito è un dolce ricordo. Ammetto che non vado a casa spesso. Quando torno è stupendo sentire l’odore delle cose, i panni puliti di mamma e quella luce che non c’è da nessun’altra parte al mondo. I miei genitori, mi mancano sempre molto, mia sorella, i miei amici. Quando torno a casa rimetto insieme pezzi di me. Mi ricompongo ed è straordinario tornare lì, sentirsi diversi ma sempre nella stessa pelle. È importante ricordarsi da dove si viene, essere grati.

 Da umbra a umbra, hai trovato qui a Milano un posto dove fanno bene la torta al testo o dove i piatti di carne ti mandano in visibilio?

 “Il Montalcino” oltre alla carne… Il vino.

Ti reputi una ragazza intuitiva, che ascolta soprattutto la pancia. Se questa fosse catapultata in letargo ormai da troppo tempo, come la sveglieresti?

 Ottima domanda, è quello che forse mi sta accadendo in questo preciso momento. Non mi vergogno a dirlo ma non ho la creatività a comando. La fase letargica è essenziale, si racimolano informazioni, idee e il cervello lo fa in completa autonomia e in silenzio. La forzatura delle cose determina il risultato, per mia esperienza sempre pessimo. Come quando dovevo studiare per recuperare i 4 in Biologia. Era straziante per me. Perché devo costringermi adesso? Diventerebbe un dovere e non permetterò mai che questo accada. Non si tratta di un’industria di idee. La vedo più come una piccola bottega e se mi gira male non la apro.
Mi assecondo, mi aspetto, aspetto in generale che accada qualcosa, nel frattempo faccio altro, mi distraggo, coltivo altre parti di me. Il rapporto con me stessa è molto conflittuale, litigioso ma così profondo da sentirne il bene che mi voglio. Come un rapporto tra sorelle. Faccio molta autoanalisi e questo sotto certi aspetti va molto a mio sfavore. Ma pretendo da me quello che posso dare e fare con quello che ho. Lo pretendo perché è il motore che spinge tutte le mie scelte. Nulla di più.

A cura di Elisa Zampini

Commenti su Facebook
SHARE