Boombox meets…Moder

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Ritratto di un giovane artista (con calicino): Moder, Otto Dicembre

Il giornalismo richiede oggettività, imparzialità, distacco. Caratteristiche che sfumano mano a mano che quello che raccontiamo ci è vicino. Per questo parlerò in prima persona: perché Moder, alias Lanfranco Vicari, lo conosco. Il nostro primo incontro è avvenuto quando avevo sedici anni, il cappuccio calato e il provincialismo di chi crede che Lugo e i suoi trentacinquemila abitanti siano la Brooklyn della Bassa. Ascoltavo rap e i Lato Oscuro della Costa erano il rap in Romagna. Quando ci vediamo, Lanfranco mi prende ancora in giro per quanto sembrassi un ragazzino problematico. Da quel giorno però ci siamo incrociati altre volte, in altri momenti e ho iniziato a frequentare il CISIM, a Lido Adriano. Il CISIM è «la casa di tutti, che però gestisco io», come mi ha ricordato Lanfranco. Come ogni padrone di casa romagnolo, Lanfranco è tanto accogliente quanto verace, con la battutina sempre pronta mentre ti abbraccia e ti indica il palco. Cosa l’abbia reso così, solo lui può saperlo. Certo è che Lanfranco ne ha passate di ogni; Moder si è limitato a raccontarlo. Prima con i LODC (Artificious, 2006 e Amore, Morte e Rivoluzione, 2010), poi da solo (Niente da dirti, 2011) e in allegra compagnia (Sottovalutato EP, 2013). In questi anni Moder ha calcato palchi, è apparso in TV, ha girato il paese, ha creato l’UNDER Festival. Il 3 novembre è uscito per Glory Hole “Otto Dicembre”, il suo ultimo disco. Ho fatto su i bagagli e sono andato a incontrarlo al bar di Tia.
Questo è quello che mi ha raccontato.

Quando arriva, Lanfranco ordina il suo calice e si mette a giocare con il pacchetto di Winston Blue. Avevo pensato a una domanda che stanasse l’attacco giusto per il pezzo, a chi parla di rap d’autore: «A differenza dei lavori precedenti, mi sembra in che in Otto Dicembre ci sia più Lanfranco e meno Moder. Concordi?». Inspira e alza le spalle: «Mah, secondo me c’è più Moder che Lanfranco. Se si parla di maturità, c’è sicuramente più Lanfranco, nel recupero del passato invece c’è più Moder – che in teoria dovrebbe essere quello rimasto un po’ più bambino». È uno spunto interessante, soprattutto se si pensa al concept dell’album: l’otto dicembre è infatti la data di nascita di Lanfranco e il giorno della scomparsa di suo padre. È naturale allora che il Lanfranco più maturo debba cedere il passo al bambino che era – ovvero, Moder. Quello che ne risulta è uno disco duplice: da un lato, ha tutta la freschezza dell’album d’esordio, e dall’altro la consapevolezza dell’album della maturità. A questo proposito, mi ha raccontato un aneddoto: «Quando ho portato i provini in studio a Duna, ero gasatissimo, ero sicuro di aver fatto un buon lavoro. Duna ascolta e mi dice: “Ci siamo. Ma vuoi fare un disco o il disco?”. Per me in questa frase è riassunto molto questo aspetto. In realtà, per quanto consapevole del mio talento, ho sempre aspettato che arrivasse qualcuno a dirmi cosa dovevo fare. Ora, complice il fatto che sono cresciuto e non ho più tempo per aspettare, e siccome sono anni che dico che il rap va arrangiato con una consapevolezza musicale, ho messo tutta l’esperienza accumulata negli anni in un disco. Mettendo insieme i pezzi della mia carriera, questo è l’unico album che avrei potuto fare».

Poi, continuando a pensare ad alta voce: «Sì, è un nuovo inizio, boh, forse anche per Matilde o il Cisim, non so. Sta di fatto che non mi voglio più fermare». Continuiamo a parlare del conflitto tra una maturità professionale e un’artisticità selvaggia. «Il che odio del professionismo» mi spiega, «è che bisogna avere sempre un occhio su stessi, inteso in maniera egoistica, egocentrica. Mi chiedo: cosa ne viene fuori? Cosa rappresenti? Perché dovrei investire tutte queste energie – le stesse che una mamma investe su una figlia, mettendosi in secondo piano – su di me, sulla cura di quello che faccio o sulla mia immagine, tutte cose che mi hanno sempre spaventato e da cui ho mantenuto una certa distanza. Il rapporto con il proprio se stessi da bambini e con il proprio nome, è un po’ cercare di rappresentare delle radici. Le radici sono la cultura, e sono chi sei e non sei solo te. È un modo per non dimenticare da dove vengo, e da dove vengo non è soltanto l’underground, sono i campi di Cervia dove andavo a giocare, tutte le persone che ho perso di vista e non sono più loro – e me ne voglio ricordare».

Sono pochi gli artisti romagnoli che hanno saputo raccontare la nostra terra con efficacia. L’immagine che il resto del Paese ha della regione deve più a Zelig che a Tondelli, a Baldini o da ultimo Davide Reviati. Un pregio di Moder è quello di aver restituito un’immagine più graffiante, più sporca della Riviera – e, in un certo senso, più reale. Gli chiedo del suo amore-odio per Ravenna. «Secondo me, se non ti vanno bene delle cose di dove abiti, hai due strategie. La prima è prendere e andare da un’altra parte, come fanno molti artisti; quindi ti sradichi e metti radici da un’altra parte, rinneghi (non in senso negativo) la tua parentela con la tua città. La seconda è chiederti cosa posso fare io per la mia comunità, cosa posso dare, e lo metti in campo consapevole del rischio di non essere capito. In Vasco Brondi c’è una frase che mi ha colpito molto “trasformiamo questa città in un’altra cazzo di città”, che è una cosa che dici quando hai vent’anni e che vuoi fare quello. Il problema è che a vent’anni non lo fai mai, sei ancora più dentro a quella città, fai proprio quello che più odi. L’arte, storicamente, doveva avere una funzione sociale: un filosofo, un poeta, era una figura molto inserita nella società e conosceva dalla suburbia al re, ed era come una voce sopra le parti, che spiegava delle cose, che gridava delle cose se andavano gridate, o semplicemente era il bello che mancava o il bello che si cercava. Ecco questo per me può essere l’arte».

Lanfranco parla con cognizione di causa. Chiunque sia passato dal CISIM avrà notato che: “il senso di appartenenza a una comunità qui tiene” come ha raccontato Nicola Lagioia in un suo articolo apparso su Internazionale, “una provincia che si protegge con serenità dall’influenza del centro evitando di chiudersi in se stessa, selvatica il giusto, abbastanza consapevole della propria identità da prendere da fuori il meglio senza lasciarsene colonizzare”. «Al CISIM cerchiamo di dare degli strumenti di definizione di sé, attraverso dei linguaggi artistici» sintetizza Lanfranco, «chi viene ad un nostro laboratorio deve capire che quelle cose si possono fare e si possono approfondire, e non è una cosa da ricchi o da intelligentissimi. L’artista deve anche pensare di lasciare qualcosa agli altri, ed è quello che facciamo. Il CISIM vuol essere un dialogo tra le persone, le generazioni e i linguaggi artistici. E nel laboratorio di rap c’è tutto. C’è anche lo stare assieme, due ore a fare rap e a parlare di rap. È anche un non dimenticare; oggi si perde la memoria di tutto, ma se si perde la memoria di tutto significa che nulla ha senso e che quindi non ci sono nemmeno più i parametri per capire cosa è bello e cosa è brutto. Ecco, noi cerchiamo di dare dei parametri, degli input».

Uno stretto rapporto tra la storia di un luogo e il suo presente, che Lanfranco e il CISIM hanno saputo esprimere in diversi campi e situazioni. Uno degli esempi più rilevanti, anche per il panorama nazionale, è stato IL VOLO – La ballata dei picchettini, lo spettacolo di Luigi Dadina, prodotto dal Teatro delle Albe di Ravenna in collaborazione con Ravenna Festival, che ha visto la collaborazione musicisti come Francesco Giampaoli e Diego Pasini (ActionMen, CACAO) e di un rapper come Moder per raccontare la tragedia della Mecnavi, dove nel 1987 trovarono la morte 13 operai del Porto Industriale di Ravenna. Ho chiesto come la scrittura per lo spettacolo ha influito sulla realizzazione del disco. «Il teatro è l’arte dove ci si interroga di più sul senso di quello che si fa, dove ogni cosa che fai deve rispondere al contesto, al senso di quello che vuoi raccontare. Io ho iniziato a lavorare sui testi con Gigio, per poi rielaborarli da solo. Avevo già scritto cinque pezzi per il disco, era un periodo in cui stavo sperimentando. La ballata mi ha dato un registro artistico in più, che ho portato in studio: le mie tecniche prima, specie dal vivo, erano molto spinte, molto incisive, qui invece ho lavorato su una potenza per sottrazione, sull’articolazione, sul calore delle parole, che magari si scontrassero con la violenza di certe parole, di certe metriche – tutto questo per fermare l’attenzione di chi ascolta. C’è anche un’altra cosa che mi ha insegnato questo lavoro: o le robe le senti, o meglio che non ne parli. Molti rapper scrivono pezzi conscious sulla politica o sulla povertà che non sentono – e questo mi fa venire la pelle d’oca. D’ora in poi una roba è mia o altrimenti lascio stare: non voglio più piaciucchiare, ora so che devo anche non piacere».

Brandelli di vita vissuta, poesia, furia espressiva, musicalità, la Romagna opaca d’Inverno: Otto Dicembre è questo e non solo. C’è una forza sottocutanea che anima il disco, che alla ferocia di un rap che non lascia smarcati, accosta la delicatezza e lo swing di una ninna-nanna, che trova una felice espressione nei cantati che costellano l’album. Ho chiesto a Lanfranco che cosa fosse questa forza. «Secondo me la musica la fai pensando a un gesto» ha detto «l’hiphop è un movimento della testa. In qualunque modo, tu sei sempre figlio di quel gesto, di un certo modo di stare nello spazio, e alcuni gesti di questo disco non sono più un pugno in faccia, ma una carezza. Bisogna imparare ad accarezzare, anche se di natura sono portato a dare gli schiaffoni. Ho sempre avuto questa dolcezza, ma nella musica facevo fatica a farla emergere. Di questo disco ho notato invece che certi pezzi accarezzano. Credo che sia dovuto anche al fatto di avere una famiglia, un nucleo da salvaguardare…». Smetto di prendere appunti. Lanfranco finisce il calice e si gira la sigaretta tra le dita; da buoni tabagisti, capiamo che è ora della sigaretta, l’intervista può fermarsi qui. Ci tiene però a ricordarmi una cosa: «Oh, poi non voglio che si dica che faccio rap d’autore: magari il prossimo disco torno a spaccare il culo e ‘sta storia dell’autore è già bella che finita». È una frase proprio da Lanfi. E il mio sesto senso mi dice che non è una semplice battuta: è una minaccia.

A cura di Nicolò Valandro

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