Boombox meets…La Rua Catalana

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È il 2009 quando si forma La Rua Catalana, un’orchestra acustica nata nel cuore delle terre beneventane. Dietro al suo nome, che richiama una nota via del centro storico di Napoli, ci sono: Leonardo De Stasio (voce e chitarre) Corrado Ciervo (violino, chitarre, tastierie, synth e cori) Vittorio Coviello (flauto traverso e cori) Marco Coviello (batteria, cajon, percussioni, didgeridoo) Carlo Ciervo (basso). Il progetto è estremamente interessante soprattutto per la capacità del gruppo, sin dalla sua nascita, di rinnovarsi ed evolvere. Ecco perché vale davvero la pena approfondirlo.

La band si mostra la prima volta nel 2011 con un EP omonimo, nel quale si avverte in modo molto distinto un legame con la musica mediterranea e più in generale napoletana. Intanto partecipano a numerosi contest e festival che permettono alla band di farsi notare e conoscere. Sull’onda del primo lavoro, l’anno successivo viene presentato il secondo EP, Something New. Ed è effettivamente qualcosa di nuovo c’è. Le sonorità infatti si spostano verso la musica british, senza però abbandonare mai le origini. Il 2012 è l’anno della vera e propria affermazione della band che attraversa tutto il Sud Italia, condividendo palchi con artisti come Jovine, Brunori, Iosonouncane, Verdena, A Toys Orchestra, Francesco di Bella.

Dopo due anni di lavoro viene portato alla luce, nel novembre del 2015, il primo disco: Island Tales, anticipato dal singolo Escape(Break!). Island Tales è un disco nel quale le sonorità folk, rock- progressive e british si abbracciano in un lavoro equilibrato, pulito e coerente dalla prima all’ultima traccia. Attraverso un consapevole e sapiente bilanciamento degli strumenti, dei suoni e delle energie, La Rua Catalana dimostra di aver capito qual è l’armonia e l’equilibrio che una vera orchestra deve dimostrare di avere.

Per permettervi di conoscerli meglio, abbiamo deciso di scambiare due parole con loro.

Per prima cosa: cos’è la Rua Catalana e come vi descrivereste in poche parole?

La Rua Catalana è un progetto musicale che definirei “open source”: nato in modo spontaneo, sempre autofinanziato, in cui ogni componente ha sempre cercato di inserire il proprio gusto e le proprie idee, in cui c’è stata sempre curiosità nell’esplorare e nell’attingere da diversi generi musicali, per dar vita a qualcosa che fosse stimolante innanzitutto per noi e poi, speriamo, per chi ci ascolta, persone che noi ringraziamo sempre di cuore. (Leonardo De Stasio)

Ascoltando i vostri brani, dal vostro primo EP al disco ufficiale è possibile riscontrare, oltre ad una grande maturazione, soprattutto un cambiamento di genere. Le sonorità cambiano e si evolvono ma senza un passaggio netto e brusco, come se non dimenticaste mai da dove siete partiti. Quanto è voluta la scelta di non essere categorizzabili in un solo genere? E adesso c’è qualche altra frontiera musicale verso cui state approdando?

Credo personalmente che la commistione di più influenze sia stata da sempre una nostra caratteristica. Questo dipende da una sorta di curiosità musicale che ci spinge spesso a introdurre o aggiungere suoni, parti diverse l’una dall’altra. Attualmente stiamo ancora promuovendo Island Tales, il nostro ultimo disco, ma stiamo già cercando di trovare del tempo da passare nel nostro studio. Quello che possiamo dirti è che non vediamo l’ora di lavorare su nuove idee. (Corrado Ciervo)

Nel vostro disco Island Tales si parla di società, persone, velocità, e l’Isola è un luogo mentale e fisico vista come strumento di evasione. Sono argomenti che, come avete dichiarato, sono connessi al tempo in cui viviamo. Quanto però si legano anche allo spazio da cui La Rua Catalana proviene? Cioè quanto la vostra provenienza territoriale ha influenzato la vostra musica, sia nei testi che nella musica?

Siamo sempre stati molto legati alla nostra tradizione. Nel primo disco, omonimo (Rua Catalana), ci sono delle espresse dediche a delle strade partenopee, il nome stesso della band è legato ad un quartiere di artigiani nel cuore di Napoli. Di base penso che in tutti gli album ci sia sempre un rimando al territorio in cui si vive, ma se dovessimo descrivere Island Tales, diremmo che è un album che tratta un altro tipo di tematiche, problemi oggi molto sentiti: la voglia di trovare il proprio posto nel mondo (Gold and Silver Wings, Dreamland), la voglia di fuga (Escape! Break!), la tristezza esistenziale di dover affrontare con una maschera sul volto le dinamiche della società (The Clown). Per il resto ci siamo fatti ispirare dalla letteratura, che è una cultura senza tempo. In effetti, Island Tales non parla di un territorio “fisico”, ma di un’isola “concettuale” in cui ci rifugiamo per scappare proprio dalle dinamiche di questi tempi. (Marco Coviello)

I pezzi di Island Tales sono in inglese: aspirate a far conoscere la vostra musica in un contesto internazionale?

Sarebbe bello avere qualcuno che ci ascolti anche al di fuori dell’Italia ed è qualcosa che sicuramente ci renderebbe felici se accadesse. Ma sarebbe anche più bello arrivare a trasmettere il significato delle nostre canzoni agli italiani o in generale alle persone che madrelingua inglese non sono. Sulla questione lingua, così come nella musica, manteniamo sempre un atteggiamento libero e non è detto che scriveremo sempre in inglese, può darsi che scriveremo ancora in italiano come abbiamo fatto in passato, o che questo non accada: ci lasciamo tutte le strade aperte senza autoimporci troppi paletti. (Leonardo De Stasio)

Avete condiviso i palchi con molti artisti di calibro nazionale e il vostro disco ha visto la collaborazione in quanto produttore artistico di Giuseppe Fontanella dei 24 Grana: in che modo tutte queste esperienze vi hanno e vi stanno influenzando?

Sono tutte esperienze che ci hanno aiutato a credere in noi stessi e a far conoscere e crescere il nostro progetto musicale. Ogni palco su cui siamo saliti, ogni persona che abbiamo conosciuto nel mondo musicale in questo lasso di tempo, nel bene o nel male ci ha lasciato qualcosa. Oggi ci sentiamo molto più preparati ad affrontare le dinamiche legate a tale ambiente, che, non essendo ordinario, non ha delle dinamiche convenzionali. (Marco Coviello)

Siete stati ad un passo dal suonare al Concerto del Primo Maggio a Roma, dopo essere stati selezionati tra le 1000 Band emergenti d’Italia e piazzandovi tra le 12 finaliste: volete raccontarci un po’ come avete vissuto quest’esperienza?

È stata un’esperienza molto significativa. Abbiamo avuto un contatto ravvicinato con un ambiente giornalistico-musicale legato ad un grande evento, di grande impatto mediatico. Ci dispiace essercene tornati con l’idea che in Italia la TV sia ancora legata a certi cliché sui quali si preferisce investire, ma va bene così. La cosa che ci ha fatto maggiormente piacere è stata la vicinanza del nostro pubblico, non ci aspettavamo, ma speravamo, in un supporto forte come quello che è arrivato e ringraziamo tutti coloro che ci hanno sostenuto per questo. Sono delle forti spinte emotive che ci aiutano a non mollare e a crederci sempre. (Marco Coviello).

 

Avete progetti in corso e quali sono le vostre aspettative per il prossimo futuro?

Abbiamo tanti impegni dal vivo nei prossimi mesi e tante nuove possibilità, anche per l’estero. Credo che da luglio in poi, assieme alle date, inizieremo a lavorare in studio sul materiale nuovo. (Corrado Ciervo)

A cura di Claudia Fiorillo

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