Boombox meets…Giovanni Truppi

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In vista del Filagosto Festival che si terrà a Filago (BG) dal 2 al 7 agosto, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giovanni Truppi.

“Poeti, poeti, ci siamo messi / tutte le maschere; / ma uno non è che la propria persona.” dice Ungaretti. “Non c’è, altro non c’è su questa terra / che un barlume di vero / e il nulla della polvere, / anche se, matto incorreggibile, / incontro al lampo dei miraggi / nell’intimo e nei gesti, il vivo / tendersi sembra sempre.”
Come ti permetti di essere così sfacciatamente sincero in un mondo in cui tutto dice il contrario?

Mi sembra che la questione della sincerità sia estremamente scivolosa. Ogni volta che facciamo comunicazione (quindi anche attraverso l’espressione di tipo artistico) è difficile che non ci si ponga il problema di come verrà recepito quello che diciamo, anche quando decidiamo di fregarcene. Senza contare che nell’arte c’è una tensione estetica con la quale credo che la “naturalezza” sia costretta a fare i conti. Tutto questo per dire che mi sembra che ogni volta che c’è da fare una mediazione tra quello che vorresti dire/fare esattamente (che è lo sfogo) e il fatto che devi farlo arrivare a qualcun altro ci sia una compromissione (per fortuna) della sincerità.
Insisto su questo punto anche se ho capito che mi avevi detto una cosa carina perché da una parte non mi sento poi così sincero e dall’altra mi va di rivendicare la capacità di aver messo in scena qualcosa che ha questo sapore di sincerità ma che più praticamente consiste nel cercare di parlare di argomenti di cui non si parla spesso e di provare a descrivere percorsi mentali un po’ inusuali (nel mondo delle canzoni).

Sai provocare molto bene, soprattutto perché sai essere umorista, non comico, provochi un riso non demenziale, ma con quel retrogusto amaro che non ti lascia tranquillo. Questa è una caratteristica fondamentale della tua musica e non potendo rispondermi da solo perché non ti conosco, ti chiedo se è una cosa naturale o una sorta di costruzione?

È una cosa che proviene da come cerco di stare al mondo.

Nell’ambiente musicale dove sei, mi sembri davvero uno dei pochi artisti a trattare in maniera così radicale la sfera diciamo “religiosa” (compresi la morte, il bene, il male, ecc ecc). Questo emerge molto nelle tue canzoni, qua seriamente, là ironicamente. È molto importante che queste domande, spesso archiviate come “massimi sistemi” e quindi cose a cui non badare troppo, non vengano ridotte a una semplificazione della questione, che è già un tentare di dimenticarsene, viste anche tutte le cose che stanno succedendo. Come fai?

A me pare di semplificare un bel po’ ed è una cosa che infatti mi imbarazza, poi mi rispondo che il mezzo attraverso il quale mi esprimo e la posizione che assumo quando propongo certi temi sono di poche pretese e in qualche modo mi assolvo.
Anche se non sono sicuro di aver capito cosa intendi per “semplificare”, credo che la canzone sia proprio una delle sedi della semplificazione; o della sintesi, che è comunque una (alta) semplificazione.

Quando ti ho sentito con la band, l’unica pecca che avevo constatato era che spesso quello che mi aveva colpito maggiormente delle tue canzoni andava perso in parte. Tutto quello che dicevi si dissolveva un po’ nell’esecuzione, che per essere chiari, era perfetta, senza sbavature.
Quando ti ho risentito l’ultima volta che sei passato da Milano da solo con chitarra e piano, è stata un’esperienza completamente diversa e personalmente stupefacente, che mi ha fatto gustare la vera anima delle tue canzoni.
Ovviamente questa è una mia impressione personale, ma vorrei sapere tu cosa ne pensi a riguardo.

Nonostante l’importanza che hanno per me le parole nelle mie canzoni, a volte ho l’impressione che quello che mi contraddistingue come cantautore sia proprio lo spazio che do alla musica, in senso proprio guascone.
Per essere più chiari, il modo in cui voglio stare sul palco se devo starci con altri musicisti è più simile al modo di una band che a quello di un cantautore con dei musicisti ad accompagnarlo. Così facendo può essere difficile far rendere al meglio le canzoni di un cantautore perché spesso hanno una loro delicatezza intrinseca che può risultare un po’ brutalizzata da una band.
Se però la musica in quello che faccio fosse più addomesticata il risultato sarebbe per me meno interessante e mi fa piacere se il fatto che le parole che le parole sono importanti – o addirittura più importanti – è un risultato che si guadagnano in un corpo a corpo con la musica.
Il fatto che questo corpo a corpo possa risultare più intellegibile quando sono in solo o quando senti il disco deriva quindi dalla fragilità dell’equilibrio che ricerco ma per fortuna è un’eventualità che si verifica sempre più di rado grazie a tutti i concerti degli ultimi tempi ed al fatto che finalmente ho il budget per girare con un fonico.

Cosa vuol dire essere davvero amici nello spazio?

Quello che da bambino ti immaginavi volesse dire essere amici.

A cura di Giovanni Pedersini

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