Giorgio Poi è un’anima semplice e sensibile, una voce arguta e necessaria all’interno della nostra generazione, capace di tematizzare l’ordinarietà e di cantare le inquietudini che si nascondono dietro di essa, fino a farle cantare a squarciagola anche a noi.
Abbiamo scambiato qualche parola con Giorgio qualche giorno dopo il suo maestoso concerto al MiAmi.

Per prima cosa ti devo fare i complimenti per l’esibizione al Mi Ami Festival, è stato magico, hai contribuito alla realizzazione dell’atmosfera #confusiefelici. Come l’hai vissuta l’esperienza del Mi Ami?

L’ho vissuta con sorprendente tranquillità, sinceramente non mi aspettavo di rimanere così tranquillo. Non vedevo l’ora di suonare, insomma, non ho avuto paura, mi sono sentito pronto per farlo.
È stato incredibile, poi la line-up quest’anno era particolarmente interessante, anche se purtroppo non sono riuscito a vedere neanche un concerto intero. Ho visto un po’ di Colombre, di Carl Brave x Franco126, di Liberato: tutti davvero bravi.

Sempre in tema di festival, suonerai all’A Night likeThis a Chiaverano il 15 luglio! Ci sei mai stato?

Ho suonato all’A Night likeThis con i Vadoinmessico (il progetto musicale precedente, e attuali Cairobi, ndr) nel 2013, e mi ero divertito un sacco: l’atmosfera era molto bella.
E stavolta hanno scritto direttamente a me per ritornare a suonare, e ho accettato subito. Non vedo l’ora.

Ma esistono ancora i Cairobi?

Sì, esistono ancora nel senso cheil disco è uscito da poco e siamo attivi, ma non stiamo suonando dal vivo, e questo purtroppo è un limite per una band che ha appena fatto uscire un disco. È che ci è voluto molto tempo a farlo uscire e si è poi accavallato con l’altro mio disco. Per il momento escludo che ci possano essere live, o comunque non tanto presto.

Ripercorrendo i primi passi di Giorgio Poi, scopriamo che è nato come musicista a Londra. Come ci sei arrivato lì?

Dopo un anno di conservatorio Jazz in Italia, ho capito che non faceva per me, mi è sembrato molto teorico, mentre io cercavo più pratica.
Stavo con una ragazza, che era stata presa a studiare in Inghilterra, così ho pensato di partire anch’io, con l’idea che a Londra avrei senz’altro trovato qualcosa da fare.
Mi sono iscritto a un corso di jazz ma sapevo che non volevo fare il jazzista, volevo solo imparare, capire certi funzionamenti della musica, per poi applicarli a qualunque cosa avrei voluto poi fare. Il jazz l’ho usato come mezzo per imparare la musica.

Dopo Londra hai vissuto anche a Berlino, cosa ti porti dietro da questa esperienza?

Berlino è stato per me un momento di chiusura totale, sono arrivato e mi sono chiuso in studio, praticamente. Ho scritto un disco per Cairobi, e poi il mio personale, che poi sono usciti contemporaneamente.
Ma a Berlino c’è l’enorme ostacolo della lingua: il tedesco è una lingua difficilissima e che raramente lascia spazio ad altre: l’inglese lo parlano nei pub e nei bar alla sera, ma quando vai a fare la spesa o per strada, ti verrebbe voglia di scambiare qualche parola con qualcuno, con una signora anziana, con un bambino, e invece sei completamente tagliato fuori.

Questo giugno ti sei trasferito in Italia: ti ci è voluta una grande e specialmente lunga separazione dall’Italia per imparare ad amarla, cos’è successo?

Appena sono andato via ho subito provato del vero e proprio eccitamento per quello che trovavo lì, per tutte le esperienze che stavo facendo e che avrei fatto. Parallelamente a questo ho sviluppato una sorta di ammirazione per l’Italia, perché finalmente la guardavo da un punto di vista differente da com’ero abituato a guardarla. E mi è piaciuta, ho notato delle cose che prima mi sembravano normali e che ora acquisivano un valore enorme, stando lontano. Questo sentimento è andato avanti, ho vissuto fuori dall’Italia per 11 anni, e non è mai finito: ho riscoperto che l’Italia mi è sempre piaciuta, fino a che ho iniziato a scrivere in italiano, a fare parte di quel linguaggio che avevo tanto guardato da lontano.

Hai nuovi progetti in mente?

Io sto continuando a scrivere, tra un concerto e l’altro, sto mettendo insieme qualcosa, poi appena finirò di suonare mi metterò a tavolino a cercare di concludere tutto ciò che sto iniziando, quindi magari un altro disco.

Quando ti sei approcciato per la prima volta alla musica, e come sei arrivato a decidere di farne una carriera?

Ho iniziato a suonare quando avevo 12 anni e mi è sembrata subito la cosa più bella che potessi fare col mio tempo: mi sono appassionato tantissimo fin da subito. Da lì a poco ho iniziato a scrivere delle canzoni bruttissime, perché sai, quando hai 12 anni è un po’ difficile, però mi divertivo un sacco, poi la passione è continuata e cresciuta fino alla fine del liceo quando ho pensato ‘forse magari io voglio fare questo’.

Qual è la musica che più ti ha influenzato?

Nell’infanzia ho ascoltato principalmente quello che ascoltavano i miei genitori, quindi cantautori italiani.
Credo che siano proprio quegli ascolti involontari l’influenza più importante per una persona, perché che ti formano musicalmente e ti rimangono dentro tantissimo, anche a livello di affetti.
Quando ero adolescente ascoltavo i Radiohead, i Verdena, il primo concerto che ho visto, poi i Nirvana.
Poi ho scoperto il jazz, l’ho ascoltato tanto, mi piaceva, anche se sapevo che non volevo fare il jazzista, e mi sono concentrato molto su di esso.
Parallelamente ho iniziato a scrivere canzoni, e poi si è evoluto tutto.

‘Fa niente’ è il titolo del tuo primo album, uscito questo febbraio per Bomba Dischi. Che cos’è che ‘fa niente’?

“Fa niente” è un suggerimento a me stesso, un invito all’intraprendenza, a non pensare troppo alle conseguenze delle mie azioni, a non chiudermi nessuna strada, a non farmi sovrastare delle paure. Mi rendo conto che di primo acchito possa sembrare un titolo rassegnato, ma per me non è così.

C’è una tematica alla quale viene molto spesso data voce all’interno delle tue canzoni, come un fil rouge, quella dell’incomunicabilità: ti ci trovi?

Questa cosa non è voluta, ma è vero, mi è già stato fatto notare. Effettivamente è presente nel disco in maniera abbastanza forte, l’unica ragione che mi viene in mente è che probabilmente ho problemi inconsci di comunicazione verbale!

Qual è la genesi di una canzone di Giorgio Poi?

Prima registro sul telefono delle idee che mi vengono quando sono in giro, per strada, a casa: mentre sto facendo altre cose capita che mi fermo un attimo e registro questi piccoli frammenti, e mi dico ‘Ok, è tempo di scrivere qualche cosa’. Allora mi riascolto le registrazioni partendo da quei minuscoli frammenti, e da lì cerco di ricostruire tutta la canzone. Può essere una base di chitarra, una melodia per la voce, o un beat di batteria a partire dai quali voglio scrivere la canzone. Costruisco tutta la musica e la melodia della voce e lascio il testo sempre per ultimo, perché non sono uno scrittore.

Da ‘Le foto non me le fai mai’ traspare una filosofia di vita quasi epicurea: ad un primo sguardo pare una semplice canzone pop, mentre invece è molto profonda.

Questa canzone parte da un rimprovero che spesso mi rivolge la mia ragazza, dicendomi che non le faccio mai le foto. Questa cosa ovviamente mi dà da pensare, perché sì, ovviamente sarà bello tra tanti anni avere qualcosa in mano da guardare, che ci ricorderà del passato, ma allo stesso tempo quel gesto rovina il momento, a me non viene da farlo, da fare queste foto, non è naturale, e questa cosa mi mette un po’ di malinconia.

Quindi non sei un tipo che fa video durante i concerti?

No, perché se faccio il video poi non mi godo il momento, poi comunque so che quel video non me lo riguarderò mai, e non potrà mai emozionarmi quanto può emozionarmi il momento in cui sono lì che mi sto godendo la mia canzone preferita.

Invece che cosa rappresenta l’‘Acqua minerale’?

‘Acqua minerale’ è una canzone dedicata ai litigi di coppia, alle discussioni, all’idea che alcune volte non c’è bisogno di dire tutto, che si può semplicemente tenere dentro qualcosa, mandarla giù come l’acqua minerale, senza per questo essere meno onesti e meno puri.

Ed è proprio questo Giorgio Poi: una voce onesta e pura, che canta le tematiche più semplici della vita di tutti i giorni, con le ansie e la malinconia che queste portano con sé, in modo cosciente e quasi allegro.

A cura di Francesca Faccani

Commenti su Facebook
SHARE