Intervista a Giorgio Fontana: Milano e l’amore

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La redazione di Letteratura di Vox ha amato Un Solo Paradiso e durante Bookcity ha  incontrato Giorgio Fontana che è stato così gentile da sottoporsi ad alcune domande in una piacevole chiacchierata domenicale.

A un Paradiso così grande corrisponde necessariamente un Inferno, dalle pagine del romanzo sembra emergere una visione pessimista che non lascia speranza (almeno per quello che riguarda la storia). Questa visione del libro rispecchia il modo in cui vivi l’amore oppure tendi ad essere meno drammatico?

Correggerei un po’ il tiro, a un solo Paradiso non corrisponde inevitabilmente un Inferno. L’idea del titolo è che ci sia un unico grande amore, un’unica grande fonte di gioia. Il fatto che poi per Alessio si trasformi in un Inferno non vuol dire che automaticamente per me l’amore porti con sé un’altra faccia negativa. È sicuramente una storia molto tragica, ma non sono partito da una visione pessimista dell’amore per raccontarla.
Non è detto che ogni relazione si porti in eredità qualcosa di così terribile e negativo, quindi se in Un Solo Paradiso emerge questa concezione dell’amore sicuramente non è la mia, l’esistenza di un Paradiso non provoca causa effetto l’emergere di un Inferno.

L’amore ha insito un concetto di mortalità. Rende un uomo innamorato più vulnerabile di quando non lo è.

Questo è un tema centrale del libro, senz’altro c’è della verità. L’amore rende fragili, mortali e ci fa comprendere quanto il nostro corpo sia esposto agli elementi. Senza questo grado di fragilità e di esposizione non credo sia possibile amare davvero.

Nel libro utilizzi l’espediente narrativo del primo narratore che riceve e consegna al lettore la storia di Alessio. Ricordo di una tua discussione con Marco Missiroli durante la presentazione di Atti Osceni in Luogo Privato alla Feltrinelli di Piazza Piemonte due anni fa, qui parlavate di come fosse complicato per uno scrittore utilizzare la prima persona e come questa scelta narrativa fosse una sfida per entrambi. Un Solo Paradiso nasce con la struttura a “gabbia” che lo caratterizza oppure in una prima stesura hai ipotizzato una storia in prima persona?

Non nasce con la prima persona per una ragione molto semplice: fin da subito mi sono reso conto che avrei fallito completamente se avessi raccontato questa storia in prima persona (o anche in terza persona esterna) senza l’ausilio di una gabbia ulteriore.
Non mi sentivo in grado, e non mi sento in grado tutt’ora, di affrontare un materiale narrativo così passionale ed esplosivo in prima persona: mi sarebbe mancato il controllo. Far dire “io” ad un personaggio come Alessio rischierebbe di inserire troppa retorica e un’eccessiva vicinanza con la materia narrativa. Volevo provare a raccontare una storia molto forte, ma con una lingua controllata ed esatta evitando cadere in un pericoloso sentimentalismo spiccio. Il modo migliore per sconfiggere questa minaccia è stato usare un narratore esterno che facesse da filtro.

Quindi il narratore esterno come distanza tra narratore e narrato?

Non solo, mi ha anche consentito di dare uno sguardo critico alla vicenda pur rimanendo all’interno del romanzo; mi ha dato la possibilità di commentare questo amore inattuale e autodistruttivo dal punto di vista di chi invece ha vissuto una vita felice e di successo, ma molto più piatta. Ho cercato di porre quindi al lettore il quesito di Rolande Barthes in Frammenti di un discorso amoroso: in base a che cosa decidiamo che sia meglio durare che bruciare? È questa la domanda del romanzo.

Se dovessi raccontare ai lettori di Vox il percorso che ti ha portato dall’essere un ragazzo con la passione per la Letteratura a diventare il Giorgio Fontana di oggi, quali sarebbero i momenti salienti della tua vita?

Io sono cresciuto a Caronno Pertusella, un comune poco distante da Saronno. Mi sono iscritto a Filosofia a Milano, materia molto importante per la scrittura.
Ho cominciato a scrivere presto, intorno ai 16-17 anni, con risultati non particolarmente brillanti; ho proposto i miei primi tentativi di romanzi ad amici e a case editrici con risultati altrettanto fallimentari, mentre lavoravo per migliorare la mia scrittura, ho collaborato a una rivista letteraria che si chiamava Eleanor Rigby (pubblicavamo sostanzialmente racconti).
Sono passato per diversi impieghi (libraio stagionale, call center, servizio clienti della Feltrinelli, commesso in Irlanda, per molti anni come content manager in un’azienda di software). Ho comunque continuato a scrivere e con il penultimo libro, Morte di un uomo felice, ho vinto il Campiello.

Nell’ultimo periodo, oltre a Un Solo Paradiso, su cosa hai lavorato?

Insegno scrittura, scrivo per giornali, traduco e soprattutto sceneggio Topolino, attività che mi dà grande gioia e profitto da circa un anno e mezzo.

Come sei arrivato in Sellerio?

La storia è piuttosto semplice, avevo scritto Per legge superiore nel 2010 e con Piergiorgio Nicolazzini, il mio agente letterario, lo abbiamo proposto a diverse case editrici. Abbiamo ricevuto alcune risposte positive e tra queste ho accettato con grande soddisfazione quella di Sellerio. Mi sembrava un libro molto adatto al loro piano editoriale. Sono contentissimo di aver fatto questa scelta: sono persone incredibili e da 5 anni mi sento a casa con loro.

Come nasce la tua amicizia con Marco Missiroli?

Marco ed io ci siamo conosciuti nell’estate del 2007 e c’è stata subito intesa. Condividevamo un’indole e uno sguardo comune sul mondo della Letteratura nonché una certa visione del lavoro dello scrittore. Da lì siamo rimasti amici e oggi siamo i primi lettori l’uno dell’altro. È un bel rapporto che dura da tanto tempo.

Qual è la tua routine di scrittura? È una scrittura dilatata nel tempo o cerchi di concentrarla in brevi e intensi momenti di produzione?

Dipende molto dal periodo che sto vivendo, se ho tante altre cose da fare ho difficoltà a trovare il tempo per scrivere. Quando non sono sommerso dalle presentazioni come adesso (ndr ride), cerco di dedicare un paio di giorni a settimana al romanzo. A volte decido di dare delle accelerate: mi isolo e non faccio altro che calarmi nel testo come un palombaro.  Sono molto utili questi momenti perché mi portano a stretto contatto con ciò che sto scrivendo chiarendomi le idee; altrettanto importante è però prendersi dei periodi di pausa: se lavori ossessivamente rischi di vedere il romanzo troppo da vicino, bisogna far respirare il testo.
Dipende poi dal libro: Per Legge Superiore l’ho scritto con una certa facilità, mentre Morte di un uomo felice ha richiesto un lavoro più importante di ricerca: è stato un bagno di sangue.

Il tuo prossimo progetto è ancora top secret oppure puoi anticipare qualcosa ai lettori di Vox?

È ancora tutto top secret. In realtà i progetti sono due e li sto portando avanti in parallelo. Posso dire che uno è molto lungo e ci sto lavorando da parecchio tempo. È una storia di famiglia. Ho già parlato troppo.

Nel tuo ultimo libro uno dei protagonisti è la musica Jazz. Cosa ascolta Giorgio Fontana quando non scrive?

Io sono un grande appassionato di musica, non mi pongo limiti e ascolto di tutto. Quando avevo diciotto-vent’anni suonavo la chitarra in un gruppo Hard Rock che ha poi avuto una curiosa torsione verso il Death Metal, che però è durata davvero molto poco. Ascoltavo molto Rock, ma anche Jazz degli anni ’50, musica Classica (specialmente Brahms) e avevo alcuni cantautori di riferimento tra cui Leonard Cohen. Le tre grandi coordinate sono Rock “duro”, Jazz e musica Classica tardo-romantica.

Quando hai un progetto di un romanzo tendi a concentrarti unicamente sul libro oppure leggi anche altro? Vivi la lettura come uno stimolo per la tua scrittura o temi che la influenzi in modo tropo visibile e manierista?

A volte leggo per crearmi un’atmosfera interiore grazie alla penna di scrittori più bravi di me in modo da cercare di raggiungere l’effetto stilistico che desidero riproporre. Il nume tutelare di Un Solo Paradiso è Un Amore di Dino Buzzati e in parte anche Randagio è l’eroe di Giovanni Arpino e Giorni Perduti di Charles Jackson.

Camere Separate di Pier Vittorio Tondelli?

Effettivamente anche Camere Separate. Sono tutti libri che ho letto e riletto in fase preparatoria, soprattutto per motivarmi: volevo andare in quella direzione. Il rischio però di lasciarsi influenzare c’è, anche se negli anni ho imparato ad evitarlo. Leggo tanto materiale che mi serve per ricerca.   Per Un Solo Paradiso è stata più una ricerca musicale: ho ascoltato molto jazz e mi è servito per definire la dimensione stilistica del libro.

Che libri ci sono in questo momento sul tuo comodino? E qual è la rivelazione letteraria che ti sentiresti di consigliare ai nostri lettori?

Al momento sto leggendo La Storia di Elsa Morante e sul comodino ho La Vegeteriana di Han Kang e una pila piuttosto mastodontica di altri libri che aspettano il loro turno.
A tutti consiglio quello che è per me il libro italiano più bello dell’anno: Le Otto Montagne di Paolo Cognetti, collega che stimo molto. Sono davvero contento che stia incontrando il favore del pubblico. È una raccomandazione che faccio a cuor leggero.

A cura di Carlo Michele Caccamo

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